Alla fine dell’estate del ‘47, Luchino se ne stava sotto la pergola della sua casa a Ischia (una casa che allora affittava, giardino e spiaggia, in una Ischia disabitata e senza « ville » ancora tutta verde) il giorno intero a scrivere fogli e fogli di appunti, in gran segreto, nessuno che osasse chiedergli che cosa stesse combinando, intorno a quali progetti stava prendendo fuoco, anche perché la calma che mette nel lavoro, non lascia mai trasparire le sue ansie, privo di esibizionismo com’è e non amando affatto parlare di se stesso e delle sue opere, sia allo stadio di progetto sia quando sono ormai compiute e realizzate. Di rado si abbandona al piacere di raccontarsi, e se lo fa accade con qualche amico, lasciandosi andare ad un intimo calore capace di far rivivere tutto un mondo alle sue spalle e di porgerlo con l’accento veritiero e ricreatore del narratore autentico. La sua riservatezza rasenta la gelosia di se stesso, modo di essere assolutamente insolito per un artista del nostro tempo.
Parlavamo a bassa voce nel giardino per non disturbarlo — adesso soltanto Luchino ha imparato il piacere di lunghe solitudini — ma allora non sapeva vivere da solo, si circondava sempre di un mucchio di gente.
« Ma che vuoi fare, caro Pepp, è così difficile riuscire ad essere soli (soli significa con chi si vuole, scartando e estraniandosi da tutti gli altri). Molte volte io finisco a pensare che questo è uno stato che mi è d’ora in avanti assolutamente vietato per una non spiegabile decisione divina. (Pure io so di essere molto spesso nell’atteggiamento di chi “sfida” i disegni degli Dei) ma contro questo “deliberato” riesco ben difficilmente a prevalere. Hai mai osservato quando le formiche aggrediscono, ben inquadrate, il cadavere d’un bruco, lungo il margine d’un sentiero? Ebbene quel cadavere di bruco, cessa di essere un cadavere di bruco, e sotto la spinta, l’accanimento, l’invasione delle formiche, diventa una collina, una spiaggia al mare, un ristorante economico tra mezzogiorno e l’una, insomma quello che le formiche preponderanti lo fanno essere — con la realtà della loro accanita aggressione — e addio bruco morto (almeno momentaneamente, voglio dire sin che le formiche non si allontaneranno). Mi sento un po’ così, anche se non proprio. Bisognerebbe spiegare meglio. L’immagine forse è troppo limitata. La questione è molto più vasta e ha “altri aspetti”. Per esempio le formiche “viste” o “dal punto di vista” del bruco morto, etc., etc. »
Ma lui sotto la pergola non smetteva di lavorare, un fervore continuo lo spingeva alla pagina, e il suo modo di martellare lento, con due dita, la macchina da scrivere, cadenzava quei pomeriggi con una sorta di noia (per noi) che a un certo punto, come equipaggio che segretamente si ammutinasse, complottavamo per andare un po’ fuori a girellare per il paese. Decisa l’azione, stavamo per muoverci, ma dal fondo della pergola giungeva un ben preciso e squillante « No! », per quanto assorto, ugualmente aveva seguito i nostri maneggi. Prepotente com’è, dovevamo aspettare che egli avesse finito per uscircene poi tutti a passeggiare lungo la spiaggia e sino al caffè.
« Vado avanti col progetto. Andare avanti per me significa: studiare, lavorarci sopra, pensarci continuamente, soprattutto far venire fuori le immagini. Coglierle nella vita ad ogni momento, ad ogni svolta, accettare gli spunti proposti dalla vita, insomma calarsi dentro un lavoro a poco a poco come in un bagno caldo — e anche qui — creare un sistema di specchi, come negli sperimenti degli illusionisti dei bei tempi, perché l’immagine “da fuori” si rifletta rovesciata dentro di te e rivelandoci offra tutta, capovolta e come liquida alla tua indagine. Lèggere sull’acqua della tua sensazione. Rimanere immobile, morto, sinché l’acqua non tremi più, l’ultimo brivido non scompaia e l’immagine non sì precisi e non si accenda. Poi bisogna afferrarla, staccarla da dentro, distenderla pazientemente sul foglio bianco come una “decalcomania”; e piano piano, con l’unghia, staccare la carta grigia, il fondo neutro e lasciar lì stampata, smagliante, l’immagine cercata e trovata finalmente. »
Che cosa maturava in lui in quelle giornate di incipiente autunno ischitano? Stavano prendendo corpo i Valastro, i moderni Malavoglia, la prima delle grandi saghe di famiglie che spiccano nell’opera di Visconti. Chiusa la casa dell’estate, lasciammo tutti l’isola e appena ritornati a Roma egli partì subito, questa volta quasi solo con lo scartafaccio degli appunti, alla scoperta della Sicilia.
Una cartolina da Catania, 26 settembre: « La consuetudine retorica vuole che si evochino almeno i Malavoglia. Per me non è retorica ma il cuore che parla nel paese di ‘Ntoni — Luchino ».
Con La terra trema, ci restituiva l’immagine della sua Sicilia, una Sicilia sentita con partecipazione che andava al di là dell’amore stesso per raggiungere l’alta pietà scabra ed essenzialmente poetica del narratore realista. I Valastro erano la prima delle grosse famiglie, che si disperdevano, che le condizioni etnico politiche, sociali, portavano alla rovina o che la Storia, con l’insopprimibile miraggio del potere, portava all’autodistruzione, secondo il costante e coerente racconto che egli fa in tanti suoi film, ripetendo ogni volta un’autobiografia immaginata ogni volta in termini contrari, usando personaggi solo apparentemente diversi perché spesso essi sono i negativi o gli opposti di altri precedentemente narrati e quindi gli stessi visti dal lato buio della faccia. I Valastro in Sicilia e i Pafundi emigrati a Milano in cerca di una sorte non migliore ma almeno più decente, sono parenti stretti. ‘Ntoni e Rocco potrebbero essere cugini, se non la stessa persona. Il rapido accendersi e lo spegnersi delle loro speranze, illumina e abbuia Aci Trezza come Milano, il destino si ripete per gli esuli in terra loro e fuori della loro terra, per il ritrovare ricreate al Nord le medesime condizioni di vita lasciate alle spalle, grazie all’egoismo e al rigetto che la società industriale di lassù riserva a questi immigrati sprovveduti, inermi. La rassegnazione secolare della madre Valastro e la caparbia autoritaria ribellione della madre Pafundi, sono la rappresentazione delle due uniche possibilità di essere che si offrono alla madre di una numerosa famiglia di sottosviluppati meridionali. Il ramoscello di speranza raccolto dal più piccolo dei Pafundi o dei Valastro è l’unico germoglio di speranza che un uomo, come Visconti, proveniente anch’egli da una grande e numerosa famiglia, di potere storico e industriale, caste di cui conosce gli egoismi e il radicato modo di essere e di svilupparsi, può concedere a questi diseredati senza farsi realisticamente soverchie illusioni. Per questo la sua lezione arriva e rimane sempre terribile. Un’autobiografia spietata sia che la rivesta dei miseri cenci della disperazione, sia delle dolci e ricche abitudini, trasfigurate dalla memoria, di famiglie destinate a dissolversi per le stesse ragioni storiche che dovrebbero assegnare, e purtroppo non lo assegnano ancora, il ruolo che fu loro di protagoniste alle famiglie Pafundi e Valastro.
« Sì viaggia, viaggia, viaggia per 14.600 giorni e altrettante notti e ci si accorge di non aver imparato niente è che le nostre fantasie sono quelle dei primi giorni della nostra vita, quando bastava al giuoco qualunque anche mostruosa larva scolorita e sfigurata. Solo che ci si risveglia con addosso una specie di vecchia, antica stanchezza e angoscia, che sono quei 14.600 giorni già vissuti. Ecco tutto il male! Bada che in tutto questo non c’è ombra di amarezza né di rancore, e anzi vorrei poter rendere reversibile quel naturale e in fondo elementare sentimento di pietà che sentiamo per le proprie sventure perché generasse comprensione tenerezza amore, soltanto ».
La contessa Serpieri (a parte l’invenzione di Camillo Boito) è una fantasia rimasta nel fondo del cuore del ragazzo Luchino, o un fantasma di famiglia che ritorna a vivere nella memoria adulta, oppure un personaggio, le cui furenti contraddizioni che tanto gli appartengono, lo colpiscono per le possibilità di identificazione che ne può trarre? Cinematograficamente egli è un narratore, direi addirittura un romanziere. Come tutti gli artisti che si rispettano trae i suoi personaggi dalle svariate facce viventi, di vissuti o sopravvissuti che gli si affollano alla mente — le sue letture preferite, non per niente, sono Thomas Mann, Dostojewski, Proust, e un lettore attento lo percepisce — c’è nei suoi film il paradigma di queste grandi strutture: di Mann sentì l’ordine, la limpidezza, l’andamento solenne ma lineare, di Dostojewski trovi spesso la tragicità e l’angoscia della condizione dell’uomo inesorabilmente condannato a scivolare in basso, a perdersi, per ottenere come unico sollievo la speranza della espiazione. La memoria proustiana invece, egli la usa in maniera automatica quando si trova a toccare delle corde che hanno una particolare vibrazione per lui, applicata magari a uno solo di una folta narrazione di personaggi, per cui spesso ti accorgi che in mezzo a tanti questo solo, pur restando reale nella storia di cui si narra, prende un profumo di evocazione, ci appare insomma come la reincarnazione di una persona che precedentemente ha vissuto un’altra vita. Una persona cioè che gli è appartenuta ma che egli tuttavia fa rivivere in un personaggio completamente opposto a quello che essa era.
Sofia von Essenbeck, la potente madre del suo ultimo film Götterdämmerung, una moderna Lady Macbeth che tenta la scalata al potere assoluto della famiglia attraverso il suo amante e a danno del figlio Martin, pur nella sua mostruosità (superata solo da quella di Martin che prima la possiede e poi la costringe a sposare l’amante con un macabro matrimonio di stile nazista regalando ad entrambi due capsule di cianuro perché si tolgano infine di mezzo) nelle sue apparizioni, nel modo di « essere » nella famiglia, nel portamento, nel tono di rispetto che reca nell’incedere anche quando è ridotta a un pallido simulacro da sacrificare sull’altare dell’odio e della vendetta, ha un tale potere evocativo con la gentilezza che sprigiona, l’eleganza, il suo appartenere a un mondo preciso che insieme a un senso angoscioso, ti comunica, sempre in tutto il film, un sentimento di ineluttabile tenerezza, per cui ti accorgi, essere ella la reincarnazione di un affetto da Luchino intimamente sentito e mai perduto, per il bisogno costante di farlo rivivere sia pure in forme e aspetti diversi da quelli che furono. Così le apparizioni folli e struggenti della madre in Vaghe stelle dell’Orsa (un’altra famiglia questa, consumata dall’odio e da amori impossibili) che si accompagnano all’evocazione di una frase di César Frank suonata al pianoforte…
« Restando qui, con ogni probabilità sarebbe un rimasticare inutile e dannoso, una Recherche du temps perdu. E dico questo in senso molto lato, anche sul piano dell’arte. Forse sopratutto sul piano dell’arte. Non posso accettare una formula eunuca dell’arte. L’avvenire prepara altri dolori altre fortune altre lotte sopratutto, “ Et des taches de vins bleus et des vomissures me lava…”. Vengano le nuove lotte i nuovi dolori le nuove fortune e poi di nuovo le amarezze le delusioni; me le aspetto. Ma purché sia nuovo, disinteressato e puro. Lo crederesti? Sopratutto; che terribile bisogno di pulizia, di limpidezza, di intelligenza ma di quella che a me sembra la più preziosa, voglio dire quella del cuore ».
Considerando l’idea che la sua opera cinematografica non è che una lunga, ininterrotta autobiografia, la contessa Serpieri non può essere altri che lo stesso Luchino Visconti. Il cumulo di contraddizioni nelle quali si è formato, vissute fino al parossismo, accettandone le conseguenze, la fede, esponendosi senza darsi cura di rispondere alle critiche più malevoli, lo portano ad identificarsi in questo personaggio « maledetto », di cui traccia con Senso un ritratto ai margini dell’impietosità, ella racchiude tutto quanto i Valastro e i Pafundi non potrebbero mai comprendere, anche se riuscissero a capire che la Serpieri collabora inesorabilmente all’autodistruzione.
« I signori sono strani. Vivono in un universo particolare che è stato creato non direttamente da Dio ma da loro stessi durante secoli di esperienze specialissime, di affanni e di gioie loro, e perciò soffrono e si rallegrano per delle cose che lascerebbero noi indifferenti » (Don Pirrone). Non è quindi per caso che dieci anni più tardi, superati i furori giovanili, Luchino indietreggi nel tempo, vi si lasci affondare dentro con dolcezza per tracciare un diverso ritratto di sé stesso, rivestendosi dei panni questa volta del Gattopardo « rabbioso e orgoglioso com’è », raffigurandosi adesso in lui per unirsi a lui nel lungo, estenuante canto d’addio a un mondo destinato a sparire. « Siamo una generazione disgraziata a cavallo tra due mondi in ognuno dei quali ci sentiamo a disagio, senza illusioni », e ancora, « Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore danzeremo insieme in un mondo, se possibile, ancora peggiore ». Attraverso le vicende della famiglia del Principe di Salina, è la volta che ci ha raccontato più da vicino la sua famiglia; i Visconti e gli Erba con il loro incredibile tono di vita, si trasferivano al Sud, cambiavano parlata e abitudini ma non stile e grazia, e con disperata chiaroveggenza, si mettevano da parte per cedere ad altri il ruolo di burattinai della malasorte dei Valastro.
Götterdämmerung. Nel microcosmo di una famiglia, la Storia dell’avvento del Terzo Reich: ecco il grande tema dell’ultimo film di Visconti.
La famiglia qui diventa simbolo, ogni componente della famiglia è allo stesso tempo quasi esemplificazione di un personaggio storico; Martin, al finale del film riesce a diventare Hitler stesso, e il matrimonio di Sofia col suo amante e il suicidio che segue non sono che il matrimonio di Adolfo con Eva Braun nel bunker e la loro morte. La potente dinastia di industriali tedeschi, che sì agita su un impianto macbettiano, è generatrice di una pura vena di odio che sgorga d’impeto dal suo cuore e che diventa l’alimento primo da industrializzare perché il nazismo riesca a conquistare il potere. Qui « la grande famiglia » è tutta vista sul piano negativo, non ci sono morbide nostalgie, non tempi migliori da rimpiangere, l’idea industriale ha già divorato le budella del nucleo familiare e con la sua brama di potere s’è sostituita alle tradizioni nobili della casta. Il Sabba di mostri si trasforma in un’orgia di sangue che saluta irriverente un avvenire ancora peggiore. Il nazismo.
E questo è, ancora una volta, il suo « così sia ».
Giuseppe Patroni Griffi