Si gira nei dintorni di Palermo il film italiano più importante dell’anno, tratto da uno dei più famosi romanzi moderni. La troupe è divisa in due “corti”: quella dove regna Luchino Visconti e quella che fa capo a Burt Lancaster. I rapporti fra il regista e il protagonista sono alquanto freddi. Caldi, invece, quelli fra il regista e il produttore, impressionato dalle spese per la puntigliosa e quasi esagerata ricostruzione dell’ambiente ottocentesco e da un certo ritardo nella lavorazione. Gli “scandali” delle bretelle di Alain Delon e delle mattonelle della villa di Boscogrande. Chi ha visto, però, i primi spezzoni del film parla già sin da ora della nascita di un capolavoro cinematografico.

Palermo, luglio 1962

Su una piccola altura, sotto una tenda rossa, in un disordine di thermos, panini, fotoelettriche, sedie pieghevoli, megafoni, crinoline, redingotes e radiotelefoni, Luchino Visconti fa colazione. Intorno a lui, i « suoi »: una principessa (Domietta Hercolani, aiuto-arredatrice), un duca (Gioacchino Mazzarino, aiuto-arredatore), l’arredatore Pes, lo scenografo Garbuglia, il costumista Tosi, Alain Delon, Rina Morelli. Un po’ discosto, Burt Lancaster con attorno i « suoi »: Norma Swanson, segretaria, Bob Shiffer, truccatore, Brad Fuller, aiuto-regista. A un paio di centinaia di metri, quasi invisibili dalla piccola altura, i macchinisti, le comparse, gli addetti ai cavalli stanno distesi nelle brevi lingue d’ombra create dai camion e dalle roulottes. Si gira — in un panorama pietroso e già bruciato dal sole — Il Gattopardo: questa è la pausa del mezzodì.

Poco fa — in piedi, il viso teso, un megafono in mano — Visconti ha diretto una scena del viaggio della famiglia Salina da Palermo verso Donnafugata. Quattro carrozze si sono inerpicate più volte su uno stretto sentiero portando — sballottati, coperti di polvere — alcuni dei protagonisti del film: Lancaster che è il principe, Rina Morelli la moglie, i sei figli, la governante, padre Pirrone che è Romolo Valli. Alain Delon procedeva a cavallo. Visconti gridava: « Avanti, Tancredi! », e Delon muoveva al trotto. Poi gridava: « Avanti la carrozza di Don Fabrizio! », e la prima carrozza partiva. Da un mese Visconti parla così. Chiama gli attori coi nomi che hanno nel film, e dice « principe » a Lancaster, « principessa » a Rina Morelli, « padre » a Romolo Valli. Serve a immedesimare se stesso e gli attori nel clima della vicenda. Un po’ come le bretelle di Delon.

Questa delle bretelle di Delon è proprio vera. Su Il Gattopardo sono state diffuse molte storie, e qualcuna non era esatta. Si è detto — per esempio che nei portaprofumi di Boemia della toilette della principessa Salina, Visconti pretendeva ci fosse del profumo, non acqua, a segnare il livello. Che aveva fatto venire da Roma, con un aereo speciale, certe roselline di un certo colore necessarie a una scena e introvabili a Palermo (« Il rosa delle rose — diceva qualcuno scandalizzato — non è sempre rosa? »). Ma queste erano malignità. La storia delle bretelle di Delon, invece, è vera. Dunque queste bretelle — per quanto indossate in una sola scena, quella del viaggio da Palermo a Donnafugata, e benché si sappia benissimo che nel film si vedranno appena due strisce di colore beige scuro — sono bretelle fabbricate in Inghilterra cento anni fa, ricamate con scene di campagna, costosissime. A cosa servono: a immedesimare Delon nel personaggio di Tancredi o a soddisfare l’inclinazione collezionistica, il bisogno del « più vero del vero » che si rimprovera a Visconti? Difficile dirlo, com’è difficile dare un giudizio sulla storia delle mattonelle. Per pavimentare il terrazzo della villa Boscogrande, dove sono state girate le prime scene del film, Visconti ha chiesto lo stesso tipo di mattonelle che si fabbricava un secolo fa: fornito il disegno (che è semplice ma molto bello, bianco e blu), il regista ha fatto cercare in tutta Italia una fabbrica in cui fossero ancora in uso i vecchi procedimenti, e quando i suoi assistenti l’hanno trovata — dopo molti sforzi, perché è l’unica superstite — ha commissionato i mille metri quadrati di mattonelle che gli occorrevano. Solo allora.

Ho visto questo terrazzo, e devo dire che è splendido: disseminato di antiche poltrone di vimini uscite dai palazzi aristocratici di Palermo, di fronte — in lontananza — il mare, sfiorato dalle cime degli alberi del giardino. Solo l’occhio infallibile di Visconti (l’occhio più raffinato del cinema mondiale) poteva scegliere un « ambiente » così perfetto di atmosfera ottocentesca, così commovente nel suscitare l’immagine di un mondo scomparso. Ma come non provare il dubbio che un qualsiasi tipo di mattonella con quel disegno bianco e blu, raggiunto lo scopo, avrebbe fornito — specie fotografato — lo stesso effetto? Inutile, a villa Boscogrande, cominciare a porsi queste domande: significherebbe non smetterla più. Per esempio: all’ingresso ci sono — ciascuna a un lato — due lanterne. Saranno alte trenta o quaranta centimetri, e su ognuna è dipinto lo stemma del Gattopardo. Lo stemma sarà alto tre centimetri, non più: per vederlo bisogna quasi attaccare il naso alle lanterne, e fotografato a distanza non si vedrà assolutamente. Ma Visconti ce l’ha voluto. Cosa fare, allora: limitarsi al rispetto dell’enormità dello sforzo produttivo, all’ammirazione per la puntigliosa, raffinata ricostruzione dell’ambiente, o riaprire il discorso sui difetti di Visconti? Comunque, aspettiamo. Forse è giusto, prima di ricominciare ad accusarlo di sottomettere i testi agli oggetti di antiquariato, prima di attribuirgli una sorta di frenesia archeologico-sartoriale, aspettare Il Gattopardo. Solo allora — il film sul telone dello schermo — si potrà dire se le bretelle, le mattonelle speciali, i gattopardini, fossero utili o no. Posso dire questo: che amici di cui mi fido hanno visto i primi pezzi del film giunti a Roma, e li hanno trovati quasi abbacinanti di perfezione e bellezza.

Diamo ora un altro sguardo a villa Boscogrande. È la fine del pomeriggio, le riprese sono terminate da mezz’ora, Visconti e gli attori sono già andati via. Di fronte alla villa elegantissima di struttura e movimenti, un gruppo di operai del film gioca a palla e grida imprecazioni romanesche. Appena discosto, un giardiniere siciliano vestito da capo a piedi di nero osserva la scena in silenzio. Attrezzature, cavi, lampade, un viavai di camioncini. C’è già, sulle cose, il caldo della lunga estate siciliana. Dentro — però, — nella villa, è quasi fresco, Le tende di velluto verde (costate settimane di ricerche alla principessa Hercolani) creano una penombra che accresce l’illusione di trovarsi nella villa del principe di Salina. Alle pareti c’è tutto ciò che di più raro, prezioso e utile a suggerire l’immagine della vita in una dimora dell’Ottocento, si trovava sulle pareti delle case della nobiltà siciliana. Visconti ha noleggiato tutto: le miniature, i quadri, i trumeaux intarsiati di tartaruga, le edizioni rare che stanno negli scaffali, il gigantesco, mai visto lampadario di Murano, il parafuoco di alabastro che sta dinanzi al camino. Ai lati, le stanze sono tutte affrescate. Villa Boscogrande era da tempo abbandonata: i muri erano spogli, l’intonaco cadeva. Pattuglie di specialisti l’hanno rimessa a nuovo, l’hanno cioè trasformata in ciò che era nata per essere, ma che non era stata mai: una residenza nobiliare traboccante di oggetti preziosi. Gli affreschi riportati alla luce, restaurati e, dove mancavano, rifatti (ma, qua e là, attentamente macchiati d’umido per dare l’idea di un mondo che all’inizio della vicenda già comincia a decadere), gli stucchi ricostruiti, il giardino risistemato. Se queste « cose » prenderanno vita, diventando dei veri e propri mezzi narrativi, Il Gattopardo sarà un film molto. importante, forse un capolavoro.

Intanto, un certo nervosismo domina la lavorazione del film. I rapporti tra il produttore, Goffredo Lombardo, e il regista, hanno conosciuto momenti assai tesi. La lavorazione è in ritardo, chi dice di una settimana, chi di due. Ogni cinque o sei giorni Lombardo vola a Palermo e lì, attorniato dai suoi collaboratori, affronta Visconti: pare che un paio di volte queste riunioni siano finite a un palmo dal litigio. La cosa non deve, dopotutto, meravigliare. Il preventivo de Il Gattopardo supera i due miliardi, e in un piano di produzione di questa mole un giorno di ritardo equivale a una perdita finanziaria piuttosto notevole. Lombardo, perciò, preme o cerca di premere sul regista perché i tempi vengano affrettati e le spese ridotte. Visconti replica: « Lombardo mi chiede di ridurre le spese, ma io sono obbligato a rispondergli che non posso. Né vale che lui me lo chieda da amico ad amico. Le cose stanno nei termini più semplici: il produttore vuole un buon prodotto e io cerco di darglielo. Ma non può chiedermi di spendere meno di quello che era stato preventivato: questo è assurdo ». Intorno — quando dice queste cose — una decina di teste si piegano in vigorosi, immediati assensi. Sono i « suoi », quella che a Roma — e ora anche a Palermo — viene chiamata « la sua corte ». Delon prima di tutto (« lanciato » definitivamente da Rocco e i suoi fratelli, e divenuto dopo questo film uno degli attori giovani più richiesti), poi, i suoi allievi — Piero Tosi, Mario Garbuglia, Giorgio Pes, i suoi amici — Rina Morelli, Domietta Hercolani, Paolo Stoppa — il giovane Pierre Clementi, un attore francese che interpreta la parte del figlio maggiore del principe Salina, gli aiuto-registi.

È il gruppo che Visconti ammette nella villa (vecchia di un paio di secoli, bellissima, sul mare) dove da pochi giorni è andato ad abitare. Da Roma — dalla sua casa di via Salaria — il regista ha trasportato mobili e servitù: a Palermo ha preso altri mobili a nolo. Ne è risultata un’abitazione che lascia sbalorditi — per la raffinatezza del gusto, per la sontuosità — i visitatori. Visconti vi abiterà i quattro mesi che la lavorazione de Il Gattopardo richiede (« Me la pago di tasca mia, 800 mila lire sino a settembre », tiene a dichiarare). Sul suo esempio, parti intere della « troupe » del film hanno cercato ville, castelli, case sul mare.

La vita della « troupe» si svolge uguale, piuttosto monotona, sera dopo sera. Ci sono i ricevimenti (un pranzo per sette, otto, dieci persone; qualche partita di carte; un po’ di musica) da Visconti. Ci sono i due « nights » di Palermo dove — passati i primi giorni — quasi nessuno degli attori importanti va più, e solo servono di tanto in tanto alle scorribande di Delon che entra con gli amici, balla mezz’ora il twist e poi riparte, e villa Igea. Qui — dove alloggiano tutti gli attori che non sono andati ad abitare in ville o castelli — si svolge la maggior parte della vita della « troupe ». Verso le otto e mezzo, per esempio, si può assistere alle telefonate che Romy Schneider fa a Delon. A quell’ora l’attore è infatti al bar, ed è lì che riceve la comunicazione. Notizie, qualche tenerezza, a volte un broncio. Qui circolano gli attori dei ruoli minori per cercare di incontrare Visconti (che ancora vi viene, malgrado non vi abiti più) e farsi notare. Burt Lancaster trascorre al bar quasi tutte le sue serate. Sta per lo più con gli altri americani della « troupe », ma in questi ultimi giorni è stato spesso con Alberto Sordi. Perché a Palermo, infatti, si gira in questi giorni un altro film: Il mafioso di Lattuada, che ha Sordi come protagonista. È stato molto divertente, l’altra sera, sentire Lancaster e Sordi parlare di tasse: la calma dell’americano (rassegnato da un regime fiscale durissimo e senza scampo a vedersi prelevare la metà dei guadagni), e la buffa — un po’ finta, s’intende — aria arrabbiata di Sordi, che protestava contro il forte imponibile che gli è stato accertato. Dopo quella conversazione Sordi e Lancaster sono diventati amici, e non fanno che parlar bene l’uno dell’altro. Insieme corteggiano (ma tra i due fa ogni tanto capolino Delon) Norma Benguel, l’attrice brasiliana che ha vinto al Festival di Cannes per la sua interpretazione nel film La parola data e che ha una parte ne Il mafioso. Sordi è in questo momento l’unico italiano che Lancaster frequenti. I rapporti dell’attore americano con Visconti e la sua « corte » non sono cattivi, ma neppure buoni. Sono improntati a un certo reciproco rispetto, tuttavia privo di cordialità. È il risultato di qualche scontro avvenuto all’inizio, e determinato dalle due diverse concezioni del film nutrite da Lancaster e dal regista. Questi crede infatti che a una resa fedele del romanzo di Lampedusa giovi più l’affresco generale, la descrizione « societaria » e corale del tempo in cui si situa la vicenda. L’attore, invece, avrebbe voluto che il racconto si imperniasse soprattutto sulla figura del protagonista. Questi scontri paiono come s’è detto appianati, ma hanno lasciato un minimo di freddezza tra i due gruppi che fanno capo a Visconti da una parte e a Lancaster dall’altra. C’è da dire — però — che l’inizio del film fu nervosissimo: le scene di battaglia erano risultate più difficili e molto più costose del previsto, s’erano accese le prime discussioni tra la produzione e il regista, sicché Visconti non era — all’inizio delle riprese a villa Boscogrande — affatto calmo. Ne fece le spese persino Delon, che rimproverato dal regista per qualche scena mal riuscita fu visto piangere accoratamente in un angolo della terrazza.

Era strano, l’altro giorno, sulle colline arse di Bellolampo, vedere tutta l’animazione creata dai primi esterni del film. Le comparse che attorniavano le bancarelle di bibite salite apposta da Palermo, i macchinisti lanciati nelle loro frenetiche operazioni, la polizia sul ciglio del set, i vigili del fuoco, gli aiuto-registi col radiotelefono al collo, gli autisti che salivano e scendevano dai camion, Alain Delon che saliva e scendeva da cavallo. Era strano perché in una celebre pagina de Il Gattopardo, Lampedusa fa dire a don Fabrizio: « In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ’fare’… ».

Sandro Viola