Roma, agosto 1950

Nipote del grande Alamanno, Rina Morelli nacque a Napoli, ma trascorse la sua infanzia a Bologna. Iniziò la carriera giovanissima, con Annibale Betrone, interpretando la parte della bambina in Liliom di Molnar. Rimase con Betrone fino al 1931, quasi ininterrottamente, fu poi con la Galli-Gandusio, con Egisto Olivieri, con la Compagnia degli « Spettacoli gialli » diretta da Giulio Donadio, con la Ricci-Carini, con Armando Falconi, con Memo Benassi,

A questo punto della sua carriera, la Morelli, messasi in luce tra le più dotate prime attrici italiane, entra a far parte di una grande compagnia di complesso, quella del Teatro Eliseo, nella quale divide il ruolo preminente con Andreina Pagnani, dal temperamento singolarmente atto ad integrare il suo.

Da allora la Morelli è sempre rimasta in primissimo piano, legando il proprio nome a molti degli spettacoli più significativi di questi ultimi dodici anni.

Dopo la guerra, la Morelli ha unito il proprio nome a quelli di Luchino Visconti e di Paolo Stoppa. Le compagnie dirette dal primo, nel 1946 e nel 1948, hanno lasciato duratura traccia per la raffinata scelta del repertorio e la sconvolgente originalità delle messe in scena.

Quando penso a Rina Morelli, mi viene in mente, sempre, una battuta di una ormai vecchia, e fortunatissima, commedia di Claude-André Puget: I giorni felici. Diceva, pressa poco, quella battuta: «Dove vanno a finire le lacrime che non si piangono?». Beh, potrà sembrarvi strano e irragionevole, ma io ho sentito che la Morelli era la mia attrice, udendole pronunciare quella battuta. Scopersi, allora, per la prima volta, quell’equilibrio prodigioso e sottile tra il riso e il pianto, che costituisce, per me, uno dei fascini più luminosi di questa attrice.

Rina Morelli, o del candore, Come quando, nella stessa commedia, sbalordiva e scandalizzava i suoi giovani compagni col dichiarare con infantile fermezza: «Ma io non sono mica vergine», attribuendo alla parola «vergine» un significato suo particolare, di una deliziosa e inconsapevole freschezza.

Poiché nella Morelli c’è una inesauribile, miracolosa capacità di stupori, quegli stupori fragranti e autentici che soli possono attingere i poeti. Rina la candida, direi parafrasando un titolo di Bontempelli, e rimpiangendo che alla Morelli non sia toccato finora di dar vita ad alcuna delle creature magiche e lunari di Massimo. È questa la base di tutto, il segreto fondamentale, quello che le rende possibile di bruciarsi tutta in un tormento, senza che mai una scoria contingente guasti la purezza della sua pena; quella che le consente di concedersi certe argute malizie, senza che esse esorbitino da una ilare e contenuta compostezza.

Non è bella, Rina Morelli. Ma in scena diventa qualche cosa di più che bella. Poiché pare impossibile che un fisico tanto fragile, minuto, sia in grado di sprigionare una carica intima tanto intensa. La sua esiguità fisica è parte integrante della sua condizione tragica: la Morelli è l’Antigone anouilhiana, venuta al mondo per «dire di no e morire».

Questa facoltà di arsione interiore, di macerazione, Luchino Visconti l’ha portata, come è suo costume, al limite estremo. E la Morelli (Un tram chiamato Desiderio) gli ha prestato la docile remissione di una fibra, che sembrerebbe destinata a non reggere ad un soffio, ed invece è capace di piegarsi alle asprezze peggiori dell’esercizio scenico quotidiano.

Con «le lacrime che non si piangono» l’attrice ha, effettivamente, una familiarità tutta sua. Qualche battuta Puget l’aveva proprio scritta, se pure inconsapevolmente, per lei. I suoi personaggi sono avvezzi (Zoo di vetro, Euridice) ad una pena recata dentro per lunga abitudine, da sempre, si può dire. Una pena che non è più nemmeno necessario piangere. E la Morelli sa fermarsi sul filo del pianto con un pudore ineguagliabile.

Quando la pena è meno fitta, quando le lagrime sono lagrimucce, allora si profila, in genere, dietro di essa, il controllo sottile di una congeniale, deliziosa ironia: l’ironia che rendeva tanto adorabili le bizze di Cressida sugli spalti della bianca Troia orientaleggiante inventata da Luchino. L’ironia che serpeggiava per il dolce pastello di Vita col padre, in quella mamma saggiamente succube e dolcemente stonata, ma amabilmente vittoriosa nei confronti del collerico consorte. E non parliamo dell’ironia «totale», quella che distingueva lo schizzo estroso della cantatrice bolognese nel goldoniano Impresario delle Smirne; la cantatrice che amministrava prudentemente le proprie virtù, trincerandosi dietro l’ombra di un temibile fratello, che finiva per rivelarsi fanciullo.

Ho detto che Rina Morelli non è bella. Ma chi se non lei avrebbe potuto offrire a Rosalinda la grazia ambiguamente ermafrodita che richiedeva la «comédie-ballet» proiettata, ancora da Luchino, sullo sfondo di una foresta delle Ardenne ripensata da Salvator Dali? E quando, per bocca sua, i personaggi della favola shakesperiana si congedavano dal pubblico, essa riusciva a dare alla battuta un garbo semplice, un disarmante potere di comunione con la platea.

Nel dire le parole dell’amore così come quelle di una saggezza pacatamente sentenziosa, la Morelli sa attingere una misura, dove la semplicità diventa virtù tanto preziosa da farsi assaporare gelosamente: a questa stregua spiego il fatto che Gerardo Guerrieri non abbia saputo resistere, mettendo in scena La figlia obbediente di Goldoni, alla tentazione di fare ripetere all’attrice quel «congedo» con cui essa aveva incantato e strappato l’ultimo applauso agli spettatori di Rosalinda.

La carriera di Rina Morelli è ormai abbastanza lunga; eppure, non so bene per qual motivo, a me sembra cominciata ieri. Forse per via di quella sua freschezza eterna di bimba, che è la chiave per capire tutti i suoi segreti, per valutare la vasta gamma di disponibilità interpretative che le è concessa, un po’ a dispetto e un po’ in virtù di quel suo fisico così singolare. La Morelli, per una non consueta somma di caratteristiche fisiche e di virtù spirituali, gode dello stesso privilegio di Dina Galli: dalla quale ascoltai un impagabile Scampolo quasi settantenne.

E la Morelli è invece giovane: ha ancora, si può dirlo senza retorica, tutta una vita e una carriera davanti. Una carriera che speriamo venga amministrata meno parsimoniosamente che in questi ultimi tempi. Intendiamoci. Non mi saprei immaginare quest’attrice succhiata nel giro affannoso e precario delle mostre consuete compagnie, effimere e improvvisatrici. L’arte della Morelli è fatta di meditazione e di esatto equilibrio in uno spettacolo, di cui essa si considera soltanto uno degli elementi. Pure, un anno intero senza poterla ascoltare è lungo, lungo assai, per noi che la prediligiamo. E per il pubblico, sorta di mostro irragionevole che ha bisogno di essere continuamente sollecitato e presso il quale sono quindi forse più popolari interpreti tanto meno importanti, ma tanto più prodighe di se stesse.

Io non conosco, o quasi, Rina Morelli. Avrò scambiato con lei dieci parole generiche. La sua personalità segreta mi è ignota; ed io me la costruisco, più vera, sulla base dei personaggi che vivono per grazia sua. In fondo, nel caso di un attore che ama il proprio mestiere, è questa la vita che conta; non per sé, per gli intimi, per gli amici, ma per il pubblico e per quella parte di pubblico che è chiamata a giudicarli.

Non so se un rapporto più diretto potrebbe aggiungere o togliere qualche cosa al ritratto che mi sono venuto costruendo di lei, che lei mi è venuta costruendo con il suo lavoro di interprete. Un ritratto che fa parte di quella galleria personale, che ognuno di noi, frequentatori abituali dei teatri, tiene gelosamente segreta. Un ritratto che ogni tanto è animato dall’eco di quella sua voce quieta e accarezzante e; suasiva, capace tuttavia di sprigionare, all’occorrenza, note impensabilmente esasperate.

Nei momenti di agio al ritratto ideale vanno a sovrapporsi, spontaneamente, i panni di molte eroine di quell’altra galleria — una galleria pubblica, questa —, che è composta da tutti i personaggi della storia millenaria del teatro. Di quelli, e sono molti, ch’essa ha già fatto propri, e di quelli che ancora deve incontrare. E che un giorno, certo, incontrerà.

L’Antigone di Sofocle, serena e forte; l’Alcesti di Euripide, generosa e dolce; certe creature tragiche di Shakespeare, come la smarrita Ofelia, certe altre leggiadramente lunari come l’indiavolato Puck, e la stupita Agnese di Molière; la Mirandolina goldoniana, femminilmente scaltra; l’apollineo, sconcertante, ambivalente Cherubino di Beaumarchais; certe donne di Pirandello, sconsolate e amare, come Ersilia, la povera «morta che non si è potuta vestire».

Questo, per me, è Rina Morelli. Questo, e molt’altro che è rimasto nella penna. Ma che è tutto implicito in quel ritratto segreto, da cui, in questo momento, parte l’eco assorta della sua voce trasparente.

Giulio Cesare Castello