Gennaio 1949

Il testo di Come vi piace di Shakespeare, che Luchino Visconti ha scelto per il suo primo spettacolo (1), presentava in tal senso una materia duttilissima e generosa. Renato Simoni già dieci anni addietro si chiedeva in una sua cronaca: È una commedia, una tragicommedia, una fantasia pastorale? « Come vi piace », ha risposto Shakespeare. Deve decidere il regista: Luchino Visconti ha scelto la chiave della « feerie », che più liberamente si prestava alla sua ricerca di un ritmo, e per questo ha voluto le scene di un pittore disancorato dalla realtà come Salvador Dalí, situando lo spettacolo in un clima settecentesco, nel quale sono mai spente le durezze dell’epoca puritana e si schiude il sorriso della commedia concepita come divertimento, come eleganza. Anche gli elementi comici dell’opera non sono stati interpretati nella chiave di una certa « Commedia dell’arte », come ha fatto Giorgio Strehler ne La Tempesta dello stesso Shakespeare dato nel Giardino di Boboli, ma nel clima di un giuoco lieve dove la fantasia si muove sciolta da ogni immediato richiamo realistico.

Il movimento ritmico, secondo il quale Luchino Visconti ha cercato di coordinare e di costruire lo spettacolo, è un modo di evasione fantastica: un ritmo che non è cadenza imposta al discorde concerto delle voci colte nella realtà grezza e sanguigna della vita, ma preludio alla danza. Le parentesi liriche che illuminavano la rappresentazione di Euridice erano, dunque, le soglie di un nuovo mondo quello nel quale l’artista ha tentato di affrancarsi dall’ossessione della realtà, dalla ricerca analitica della verità intesa in senso realistico per toccare la verità sintetica della poesia

Nella scorsa estate, per soddisfare la sua voglia di fantasia, Luchino Visconti aveva anche pensato ad una rappresentazione dell’Orlando Furioso allestita in tanti « stands » quante erano le scene (non si muoveva, dunque, la scena; ma il pubblico, inseguendo da uno «stand » all’altro il filo dell’epopea cavalleresca).

Bisogna riconoscere che Come vi piace, sebbene sia stata molto probabilmente composta fra il Giulio Cesare e l’Amleto, è soprattutto una portentosa evasione nel dominio della fantasia. Uomini e donne di corte, presi nel fragile giro di una vicenda arbitraria, sono scaraventati in una foresta ed abbandonati ad un giuoco libero e scintillante di occasioni, di pensieri, di incontri, di avventure che non hanno alcuna giustificazione se non quella di alimentare un’azione spettacolare suggestiva e cangiante dove i personaggi, assolti quasi da peccato originale, appaiono soltanto come creature destinate ad una gioia senza tempo e senza logica.

Shakespeare insomma si è divertito. A suo modo naturalmente, come può divertirsi un genio, il cui viaggio nel dominio incontrollato dell’estro diviene una rivelazione di incanti insospettati. Sulle orme dell’itinerario shakespeariano, che ha accolto semplicemente come una guida fra gli innumerevoli sortilegi della fantasia, anche Luchino Visconti ha voluto divertirsi ed ha ricostruito l’immagine della meravigliosa foresta come una immagine di felicità perduta, come la memoria di un mondo dove gli uomini si sciolgono dai vincoli dell’odio, della lotta e del sangue per conquistare la ineffabile levità di un’esistenza senza amarezze, tutta protesa verso l’irrazionale incantesimo di un sogno perenne.

Rosalinda o Come vi piace Scena II, disegno di Salvador Dalí (collezione Alla ricerca di Luchino Visconti)

Lo spettacolo è risultato perciò, pur nel quadro di un assillante ricerca di valori musicali, un divertimento nel senso letterale della parola; tutti gli spunti sono stati colti dal regista per divergere dal filo conduttore dell’azione già tenuissimo ed intrecciargli intorno i più capricciosi disegni: canti, danze, pantomime, apparizioni e sparizioni di luoghi e di personaggi… Senza dubbio Shakespeare è stato continuamente messo da parte e dimenticato. Ma si tratta anche di uno Shakespeare che si è messo da parte da se stesso per dimenticarsi. La bizzarra e prestigiosa infedeltà, che dal principio alla fine ha retto lo spettacolo di Luchino Visconti, ha avuto il suo primo fondamento nella esplicita infedeltà del drammaturgo alla propria natura ed ha trovato nelle scene di Salvador Dalí il clima più propizio ad esprimersi.

Queste scene sono di un sapore vagamente settecentesco: un Settecento moderato e trasfigurato attraverso una immaginazione onirica, dove il convenzionalismo leggiadro e impenitente dell’epoca diviene un fantasioso e talvolta magico geroglifico. E di un sapore vagamente settecentesco è stata la stessa recitazione di tutti i personaggi, leziosa, manierata, scorporata dal peso di sentimenti che ogni parola porta con sé, quasi ad esprimere come nella perfetta felicità tutto quanto solitamente più urge ed affligge debba assumere la gradevole inconsistenza di un giuoco che non ferisce. Ed un giuoco che non ferisce è riuscito l’intero spettacolo con il quale Luchino Visconti ha voluto molto evidentemente raggiungere, oltre ogni pretesto umano e polemico, un ritmo di teatralità pura, facendo ricorso a tutti gli elementi possibili in uno spettacolo.

Ma può il teatro non ferire?

Ecco l’interrogativo al quale lentamente conduce questa straordinaria opera di regia, dove il gusto e la fantasia sono profusi con signorile prodigalità. Il teatro deve essere scontro di personaggi e sofferenza. Anche la commedia è sofferenza, cioè sollecitazione imperativa di sentimenti. Il teatro deve ferire e suscitare, sia pure con il riso, l’angoscia di una partecipazione necessaria. Uno spettacolo, come quello creato da Luchino Visconti con la commedia shakespeariana, lascia senza risposta questa riserva fondamentale. Dunque la via battuta, che pure è fecondissima nel senso della coreografia (intesa nel significato più alto come soluzione prevalentemente visiva del teatro) ci sembra, almeno per il momento, senza uscita in un autentico mondo lirico vivo ed umano (vivo di passione e umano per il sangue che vi scorre).

Questo è il nostro giudizio. Ma vogliamo precisare che Luchino Visconti si è impegnato in una polemica di livello altissimo, della quale, proprio mentre se ne discute la validità, bisogna riconoscere l’importanza eccezionale, Il suo è stato un grande spettacolo non solo per la collaborazione di Salvador Dalí e per la partecipazione di attori come Ruggero Ruggeri, Luigi Almirante, Rina Morelli, Vivi Gioi, Vittorio Gassmann e Paolo Stoppa; ma soprattutto per la chiarezza e la decisione dell’esperimento condotto dal regista con lineare coerenza fino alle sue estreme conseguenze.

Questa edizione di Come vi piace, talvolta lenta e ridondante nei particolari, rimane una pagina essenziale del teatro italiano contemporaneo, anche per chi non voglia accogliere le ragioni dalle quali è stata motivata e perciò noi respingiamo la sufficienza con la quale una parte del pubblico e della critica ha accolto lo spettacolo, mentre un’altra parte ha incondizionatamente riconosciuto l’importanza dell’esperimento.

Luchino Visconti, lasciata la via dell’ossessione, ha adesso intrapreso quella del ritmo, di un ritmo che riesca a conquistare un valore di assoluta teatralità. Se egli di questo ritmo saprà fare un sensibile strumento di espressione lirica ed umana avrà forse raggiunto il risultato più notevole della sua storia di artista.

Giovanni Calendoli

1. La via di Visconti dall’ossessione al ritmo