Come sempre quando il regista è presente con un film alla Mostra veneziana, attorno alla sua personalità si scatena la battaglia che lo stesso Visconti alimenta con brucianti interviste. Anche in questo colloquio non esita a ripetere con tutta tranquillità che il cinema italiano si chiama ancora Visconti, Fellini, Antonioni, De Sica, Rosi: i “nuovi” non contano.
Venezia, settembre 1967
Venezia spira ogni anno aria di botte. Soprattutto quando c’è in gara un film di Visconti. È così dai tempi de La terra trema. Quando c’è un film di Luchino cresce la febbre delle fazioni. Quando non c’è lui, con chi pigliarsela? E, nel dopoguerra, Visconti al festival c’è stato spesso; oltre che con La terra trema, con Senso, con Le notti bianche, con Rocco e i suoi fratelli, con Vaghe stelle dell’Orsa.
Un crudele sospetto veglia, quest’anno, nei cuori dei giovani leoni del cinema italiano e francese: il sospetto che Venezia voglia consacrare al trionfo Lo straniero che Visconti ha desunto dalle pagine del racconto di Camus. La giuria, composta di scrittori e presieduta da Moravia, non dovrebbe, secondo i registi delle nuove leve, essere sorda al grido della pagina letteraria ossequiosamente rispettata da Visconti. «Premiare Visconti è premiare Camus». I letterati, assegnando l’alloro del festival allo Straniero, affermerebbero che il vero cinema, il cinema d’arte, nasce dalla letteratura. Le vestali del cinema-cinema, riceverebbero un sonoro ceffone. Per non buscarle, i giovani — vale a dire i Bellocchio, i fratelli Taviani e i Godard — sono decisi a tutto.
A questi arrabbiati, Visconti risponde standosene sul suo; ma di randellate verbali ne vibra. Delle chiesuole cinematografiche d’avanguardia ha ribrezzo. «Sono presuntuosi — dice. — Salvo Godard. I veri, i bravi, sono i Fellini, i De Sica, i Rosi, gli Antonioni. Insomma noi vecchi». Un’ironica prudenza governa i rapporti tra i “vecchi” del cinema. Le conventicole dei cineasti imberbi, le nouvelle vague hanno convinto i registi dell’ancienne vague a difendermi anche senza fare il finimondo. Ma per capire gli umori di Visconti, basta ascoltarlo. Sprizza salute e benessere, ottimismo e volontà di combattere. Cominciamo.
Domanda — Hai complessi o ne hai avuti?
Risposta — No, non ricordo di essere stato afflitto da complessi.
D. — Hai mai avuto grandi delusioni amorose?
R. — Grandi drammi sì. Un rapporto che finisce ha sempre qualcosa di straziante.
D. — Attore, per te, si nasce o si diventa?
R. — Si è attori già nella matrice. Non c’è nessuno che sia diventato senza esserlo sin dalla nascita. Lo studio, le scuole servono soltanto a far sviluppare i muscoli della recitazione.
D. — Hai mai pensato di fare un altro lavoro?
R. — Volevo fare il musicista, il compositore, il direttore d’orchestra. Ho studiato musica, ma poi ho fatto un altro lavoro. Amo molto la musica, ma da dilettante.
D. — Qual è stata l’occasione che consideri determinante nella tua carriera?
R. — L’incontro con Jean Renoir nel 1934. A quell’epoca facevo l’allevatore e l’allenatore di cavalli. Non pensavo di fare il cinema. Una chiromante che interpellai a Parigi predisse che nella mia vita ci sarebbero stati molti riflettori e che avrei cambiato occupazione. Ad indurmi a cambiare sarebbe stato un uomo dai capelli rossi. Qualche giorno dopo, Coco Chanel mi fece conoscere Renoir che ha, o meglio aveva, i capelli rossi.
D. — Pensi di essere un uomo fortunato?
R. — In generale, sì. Non fortunato perché nella vita tutto mi è stato facile. Fortunato perché sono un lottatore. Ho un carattere che mi spinge a battermi. Le difficoltà non mi scoraggiano. Avere un carattere simile è una fortuna.
D. — Di chi nel cinema, hai maggior stima e ammirazione?
R. — Di chi, vecchio o giovane, riesca a dire una parola nuova. In questo momento ho più stima dei vecchi. Non approvo le scuole dell’intemperanza e dell’estemporaneità.
D. — E nel teatro?
R. — Strehler sopra tutti. Ho visto ottimi spettacoli di Peter Broock, di John Gielgud, di Olivier, ma considero Strehler il migliore.
D. — In Italia, di quali attori hai stima?
R. — Di quelli con i quali lavoro. Per esempio, di recente, ho riscoperto Giorgio de Lullo come attore nell’Egmont. Anni fa era un po’ troppo ragazzino. Oggi è un attore, come dire?, ”inquartato”. È più uomo.
D. — Di quali attrici hai stima?
R. — Della Brignone, della Morelli, della Falk, della Fortunato.
D. — Zeffirelli ha detto che, da te, ha preso solo la grinta. È vero?
R. — Da me Zeffirelli ha imparato tutto. Ha cominciato che era ancora un ragazzo e non sapeva nulla; con me ha conosciuto il teatro; con me si è accostato al cinema.
D. — Hai stima di lui, come regista?
R. — Lo stimo quando fa le cose seriamente. Non quando si reclamizza giustificando il modo con cui viene ironicamente definito: capitan Fracassa…
D. — Hai rancori?
R. — Posso averne. Purtroppo non durano a lungo; dopo un po’ mi passano. Le persone che non si comportano correttamente con me le dimentico, le cancello.
D. — Credi che il denaro possa dare, da solo, la felicità?
R. — No, non può darla. Il denaro è necessario per poterlo spendere. Dà la felicità, o meglio concorre a darla se è fatto con il proprio lavoro e non ottenuto attraverso una eredità o un imbroglio.
D. — Hai paura d’invecchiare?
R. — No, io so invecchiare. Il segreto sta nell’essere un buon quarantenne, un buon cinquantenne, un buon sessantenne. Non ho rimpianti per quello che non ho fatto a vent’anni perchè ho fatto tutto. Piglio le gioie della mia età. Sinché sarò attivo mi sentirò giovane.
D. — Della morte hai paura?
R. — No, perché sono curioso.
D. — Sei credente?
R. — Sì molto, ma non in una forma tradizionale.
D. — Credi nell’Aldilà?
R. — A differenza di Mersault, l’eroe dello Straniero, ci credo. Se non c’è un ”al di là”, l’”al di qua” non conta. Credo nell’”al di là”, ma non sono d’accordo nel dire che, se qui in terra si sta male, si starà meglio nell’Aldilà. Bisogna star bene di qua e di là.
D. — Sei superstizioso, credi nel malocchio?
R. — Non sono un napoletano, sono un lombardo, sono razionale. Qualche precauzione, tuttavia, per prevenire qualche piccola jella la prendo.
D. — Cosa vorresti si dicesse di te dopo la morte?
R. — Vorrei, il meno possibile, essere ricordato come uomo; vorrei che si ricordassero le mie opere se vale la pena ricordarle.
D. — Ti preoccupi di ciò che scrivono su di te i giornali?
R. — No. Se avessi dovuto preoccuparmene sarei morto venti volte.
D. — Ti sarebbe piaciuto essere un play-boy?
R. — A mio modo lo sono stato. Ti assicuro che ho avuto molto successo.
D. — Sei geloso?
R. — Terribilmente. Sono geloso in forma patologica.
D. — Secondo te, si nasce intelligenti o si diventa?
R. — Si nasce. Mozart è nato intelligente; non lo è certo diventato.
D. — Prendi eccitanti?
R. — Mai. Prendo molti caffè come Balzac.
D. — Con quali difetti sei indulgente negli uomini?
R. — I difetti degli uomini mi danno fastidio. Anch’io però sono pieno di difetti. Sono indulgente verso le qualità; ci sono uomini pieni di qualità che possono darti soltanto noia.
D. — È possibile, per te, un’intesa tra un uomo e una donna senza richiamo sessuale?
R. — La storia letteraria è piena di donne e di.uomini che si sono amati solo spiritualmente.
D. — Ha ancora grandi ambizioni da soddisfare?
R. — Sin che vivrò avrò sempre ambizioni.
D. — Che cosa ti rende triste nella vita?
R. — La noia, la mancanza di fantasia, la mancanza di gusto e la volgarità.
D. — Che cosa ti rende felice?
R. — Un bel giardino, i fiori quando crescono bene, le piante, la terra ben coltivata.
D. — Credi di aver commesso grandi errori nella tua vita?
R. — No, forse qualcuno, ma non grande.
D. — A quali tentazioni resisti difficilmente?
R. — Non dirò: «giù la maschera» come capitan Fracassa… Dirò semplicemente: resisto difficilmente ai piaceri della carne.
D. — Che uomo sei, allegro, tormentato o che altro?
R. — Tormentato.
D. — Invochi qualche volta Dio?
R. — Invoco un qualcosa che corrisponde a Dio.
D. — Che cosa pensi dei premi Oscar?
R. — Sono stupidaggini, ma necessarie. Io non lo prenderò mai, soprattutto dopo questa dichiarazione. Pazienza. Se ne può fare a meno.
D. — Avevi antipatia per Mussolini, astraendo dalla sua politica e dai suoi errori?
R. — Avevo repulsione.
D. — Ti è simpatico De Gaulle?
R — No.
D. — Mao Tse-tung?
R. — Non tanto. Perché non mi chiedi se mi era simpatico Kennedy?
D. — Ti era simpatico Kennedy?
R. — Sì, molto.
D. — E Kruscev?
R. — Un po’ meno.
D. Tra i contemporanei chi vorresti conoscere?
R. — Se volessi conoscere qualcuno penso che lo avrei già conosciuto. Debbo evitare di farmi conoscere.
D. — Quali personaggi del passato, reali o mitici, ti affascinano di più?
R. — I personaggi della rivoluzione francese.
D. — Quali sono le tue eccentricità?
R. — Me ne attribuiscono tante che qualcuna credo anch’io di averla. In verità amo la vita semplice.
D. — Ti piace mangiare?
R. — Moltissimo. Sono sano come un pesce, digerisco tutto.
D. — Che cosa pensi della donna di trent’anni?
R. — Se una donna è bella a venti lo è anche a trent’anni, a quaranta come a sessanta. Se è brutta, è meglio che si faccia monaca.
D. — A scuola in quali materie eccellevi?
R. — Sono stato un allievo scomodo. Non ho mai avuto voglia di studiare. Eccellevo in italiano. Durante le lezioni di matematica e fisica mi addormentavo.
D. — Come immagini sarà il mondo tra vent’anni?
R. — Un disastro. Questo è già tanto brutto. Io per fortuna non lo vedrò.
D. — Qual è l’attore cinematografico che preferisci, vivente o no?
R. — Gérard Philipe.
D. — E l’attrice?
R. — Marilyn Monroe e Julie Christie, non sempre.
D. — Hai rimpianti?
R. — No.
D. — Hai mai desiderato di vivere in un’altra epoca?
R. — No.
D. — Se dovessi riassumere in un aneddoto, o in un motto, la tua filosofia della vita, quale sceglieresti?
R. — « Impippatene e guarda in alto». Era il motto che mio padre aveva fatto scrivere su una porta. Io l’ho fatto mio. «Me ne impippo e guardo in alto».
Se a Venezia il suo film non prevarrà, Visconti ha già pronta la sdegnosa replica: «Me ne impippo,e guardo in alto». Sempre, in ogni rassegna alla quale ha concorso senza laurearsi vincitore, Visconti ha lasciato il segno. L’anno in cui le sue Notti bianche furono sconfitte dal film indiano Aparajito, alla televisione — alludendo al presidente della giuria René Clair — disse: «Sul leone di San Marco il silenzio è d’oro». Più tardi — invitato a commentare la premiazione — pieno di sarcasmo rincarò con un: «Preferisco fare l’indiano ». L’anno in cui premiarono le sue Vaghe stelle dell’Orsa non mostrò alcuna gioia. «Venezia — affermò sprezzantemente — premia il mio film peggiore». Quest’anno non aspetta il verdetto per dire quello che pensa sul festival di Venezia. Che lo premino o no, la rassegna del Lido è, per Luchino, «una bella barba».
Maurizio Liverani