Paolo Stoppa ha illustrato le assurde fasi della vicenda conclusasi con il no definitivo al dramma di Testori. Visconti ha letto il testo vietato. Un florilegio delle osservazioni della censura
Roma, 16 novembre 1960
L’Arialda, la commedia proibita di Giovanni Testori, è stata al centro delle appassionate discussioni svoltesi ieri pomeriggio nelle stanze dell’Eliseo a Roma, dove Luchino Visconti, Paolo Stoppa, Rina Morelli e l’autore stesso hanno illustrato alla stampa le tappe di questo ennesimo, gravissimo sopruso della censura, e presentato ad un ristretto, qualificato pubblico di critici drammatici è di intellettuali il testo vietato, in via definitiva, dai burocrati governativi nella tarda serata di lunedì. Erano presenti, tra gli altri, Carlo Levi, Suso Cecchi d’Amico, Giuseppe Patroni Griffi, Raul Radice, Sandro De Feo, Chiaromonte, Prosperi, Tian, Cimnaghi, Virdia, Talarico, De Chiara, Scaparro, Bruno, Fiocco, Sandro d’Amico, Trombadori, l’impresario Cappelli.
Paolo Stoppa ha sintetizzato in breve, con chiarezza, le traversie dell’Arialda e della sua Compagnia di prosa: la quale ultima, privata brutalmente della possibilità di mettere in scena lo spettacolo. sarà costretta a sciogliersi aggiungendo un nuovo elemento alla già paurosa crisi del nostro teatro. La Compagnia Morelli-Stoppa si era posta quest’anno alla ricerca di un’opera italiana nuova, per la quale valesse la pena di impegnare risorse d’ingegno e finanziarie. L’Arialda era parsa assommare in sé i necessari motivi d’interesse. Visconti e la Compagnia (che data la complessa struttura del dramma e il numero di personaggi, comprende ben diciotto attori) avevano cominciato il loro lavoro con entusiasmo. Quasi un mese prima del debutto in provincia, fissato per il 10 novembre al Comunale di Modena, il copione di Testori era stato consegnato alla censura; ma i giorni passavano, senza che si riuscisse ad avere nemmeno in via ufficiosa a una risposta. Compiute sollecitazioni presso il Ministero dello Spettacolo, fu detto, inopinatamente, di rivolgersi all’ufficio stampa della Prefettura di Roma; e da questo, ancora più inopinatamente si consigliò ai dirigenti della Compagnia in data 2 novembre, di aspettare una notifica del Commissariato di zona!
La notifica, infatti, venne il giorno dopo, attraverso un foglio assurdamente sgrammaticato, tra l’altro che, per le mani di un maresciallo di polizia, rendeva edotti il capocomico, l’attore e il regista che la commedia era proibita per varie ragioni, riassunte tutte nel lapidario giudizio secondo il quale «la rappresentazione del lavoro esaminato recherebbe gravissimo ed illecito pregiudizio alla pubblica morale ed ai sentimenti familiari dei cittadini».
Stoppa. Testori, Visconti e lo impresario Cappelli riuscivano ad ottenere, il 4 novembre, un colloquio con ministro dello Spettacolo (in via privata, grazie alla personale cortesia della figlia dell’on. Folchi) e successivamente, la sera dell’8 novembre, si incontravano con il sottosegretario Helfer, presente il direttore generale dello Spettacolo, De Pirro. Il sottosegretario si manteneva decisamente sulla negativa, e respingeva anche la proposta fatta da De Pirro, di assistere alle prove della Compagnia, per avere una idea più esatta della qualità culturale e morale dello spettacolo. Il sottosegretario si impegnava solo a convocare per il 10 novembre di fantomatica Commissione consultiva (composta quasi interamente di funzionari ministeriali) per una decisione finale, sulla base del copione parzialmente modificato e limato (come sempre accade) per le esigenze della realizzazione scenica. La Commissione consultiva si è riunita solo la sera di lunedì 14, e il no definitivo è stato comunicato nella mattinata di ieri. Attori, autore, regista, hanno chiesto ieri stesso senza potere ottenerla sul momento una udienza al Presidente della Repubblica Gronchi, desiderando esporgli l’allarmante caso
Che cos’è l’Arialda? Attraverso la lettura calorosa che ne ha dato Visconti, la commedia si presenta come un testo di forte impegno, nel quale fatti e figure del suburbio milanese (già affrontati dal Testori nel Ponte della Ghisolfa e nella Gilda del Mac Mahon) vengono raccolti in un nodo di considerevole tensione tragica. Al centro della vicenda è una matura zitella, l’Arialda appunto, che perseguitata dall’incombente ricordo del fidanzato morto lotta disperatamente per rifarsi una esistenza normale. Vorrebbe sposarsi con un anziano vedovo un bottegaio benestante, e trova una rivale in Gaetana, vedova «terrona», spinta al matrimonio soprattutto dal bisogno economico. L’ossessione amorosa e l’ossessione del denaro riconnettono un po’ in tutti i personaggi che ne ricevono una indubbia evidenza realistica. Le cronache quotidiane stanno del resto a testimoniare (prescindendo evidentemente da un documentato giudizio estetico che non è possibile dare in questa sede) come l’opera di Testori tenda a rispecchiare una effettiva realtà della vita italiana di oggi.
Le meschine ragioni della persecuzione contro l’Arialda sono poi dimostrate dalle scene
e dalle battute che hanno messo in moto la matita rossa del censore e lo hanno indotto a vietare l’intero dramma. Si tratta d’una trentina di passaggi e scene intere (ma si tenga presente che, anche tagliando queste, la commedia resterebbe vietata ugualmente), le quali, rilette una dietro l’altra come ha fatto Testori alla fine della conferenza-stampa danno veramente la sensazione di quale sia la fantasia morbosa, e peggio che bigotta, medievale,
veramente da “maso chiuso” del censore di turno.
L’Arialda non dovrebbe dire «marcione» al fidanzato morto, e sognarselo di notte e inveire contro di lui, perché questo sarebbe una sorta di vilipendio di cadavere. Il proverbio «voci di popolo voci di Dio» non vale più se applicato alla moralità di un abitante delle borgate. Certe cose, una prostituta e un fruttivendolo possono ripromettersi di farle — sull’erba — non sulle lenzuola e sulle federe (e buonanotte agli atti in luogo pubblico). Una figlia non può —
e nella commedia lo fa amaramente — irridere alle idee della «bacucca» di sua madre. L’opera include anche (è a dire il vero con una discrezione, e in definitiva cono una moralità che raramente abbiamo visto in commedie straniere sullo stesso tema, mille volte rappresentate in Italia) un ambiente di corruzione e di «terzo sesso» che è purtroppo una dolorosa verità, niente il censore si è accanito con la sua matita per cercare di redimerlo. E ancora, vietato che i figli sappiano gli amori dei propri padri e delle proprie madri. Vietato persino che — in una didascalia! — Gino si stringa a Rosangela e «le morda sul collo».
Lo spazio ci manca per elencare tutte le perle del censore. Ma bastano quelle che abbiamo citato per capire in quale direzione allucinata si sia mossa la sua opera.