Milano, novembre 1954
«Pensare che il regista del mio ultimo Falstaff sarà uno di quei matti che correvano per via Durini con la Wanda in canna!» dice Arturo Toscanini con la sua voce profonda, alludendo a Luchino Visconti ch’egli conobbe ragazzo, compagno di scuola e di giochi della sua figlia minore. Visconti, che dovrebbe infatti curare la messa in scena del Falstaff alla Piccola Scala, si è trovato perfettamente d’accordo col maestro Toscanini nel voler rappresentare l’ultima opera di Verdi, mettendo in valore la commedia recitata oltre che l’opera su quel palcoscenico così ristretto, nel voler ridurre la féerie dell’ultimo atto ad uno scherzo improvvisato tra amici. Luchino Visconti è a Milano da più di un mese per le rappresentazioni di Come le foglie, e vi si fermerà almeno fino a dopo Natale. Il 7 dicembre, alle 21 precise, il sipario si alzerà sul primo atto della Vestale di Spontini per la sua regìa (e dopo egli allestirà anche Sonnambula e Traviata).
Rosso cupo, frangiato di un oro che la polvere annosa rende d’un pesante ed opaco tono di giallo, lentamente manovrato da due valletti in guanti bianchi, il sipario della Scala è uno dei ricordi più suggestivi dell’infanzia di Luchino Visconti, che dal palco N. 4 in prima fila a sinistra non manca insieme ai fratelli a nessuna delle matinées, e a sette anni comincia ad appassionarsi al melodramma, ai suoi meravigliosi intrighi, alle sue superbe melodie. Ma c’è un altro sipario nella sua vita, ed è quello del teatro di casa Visconti in via Cerva, dove i suoi genitori nel primo decennio del secolo e negli anni che precedono la prima guerra mondiale, insieme agli amici, organizzano raffinati spettacoli di beneficenza, e sempre nelle recite pomeridiane sono ammessi anche i ragazzi. La madre di Luchino, Carla Visconti di Modrone, senza dubbio la più bella signora di Milano, si diverte a recitare e recita bene, tanto che Renato Simoni la loderà in una critica delle Gelosie di Lindoro di Goldoni, mentre nella parte dell’America nella rivista Il polo si popola (regista il marito Giuseppe), tutta fasciata di lamé d’oro ed ermellino, sarà presentata in un bellissimo disegno sull’Illustrazione Italiana.
Il terzo sipario che da bambino Luchino Visconti vede aprirsi col cuore che gli batte più veloce, è la tenda che ha tirato a metà della stanza degli armadi per ricavarne un teatrino nel quale il pomeriggio della domenica darà spettacolo coi fratelli. Gli attori sono Luigi, Luchino, Edoardo e la loro inseparabile amica Wanda Toscanini; gli spettatori sono gli amici e i compagni di scuola, gli spettacoli sono tutte riduzioni da Shakespeare. I giovanissimi attori non seguono il testo, ma inventano le battute sulle trame lette e rilette della Bisbetica domata, del Macbeth, dell’Amleto, di Antonio e Cleopatra. La parte di Amleto vuol farla sempre Luigi e gliela lasciano fare, mentre Luchino fa più parti, dalla regina a Rosenkranz, a Guildestern ed Edoardo fa Polonio e lo spettro del re.
I ragazzi Visconti che recitano, vanno alla Scala, e corrono a scuola in bicicletta spaventando i passanti perché li sfiorano a gran velocità, prendono anche lezione di musica, e Luchino ricorda ancora con angoscia il batter di tacchi quasi militare della signorina Teresa Mirabello, sorella dell’ammiraglio e maestra di piano, che, puntualissima, implacabile, arriva ogni due mattine alle sei precise a tirarlo giù dal letto per dargli due ore di lezione prima dell’orario del ginnasio. E che sollievo invece quando ode il rumore dei tacchi sfumar via nel corridoio! Vuol dire che tocca ad un altro fratello. Oltre al piano, nelle ore lasciate libere dalla scuola, Luchino studia armonia, contrappunto, violoncello (a quattordici anni dà un concerto al Conservatorio) e ginnastica nella palestra di casa. Lui e i suoi fratelli sono così allenati dall’italo-inglese professor Bozzelli che non entrano mai nelle loro stanze salendo le scale del palazzo, ma, come i pompieri, si arrampicano sulla corda che pende in permanenza dal loro balcone. Il giorno che passeggiano sul cornicione sarà la loro mamma a chiamarli dolcemente per non spaventarli e per non gettare il panico tra chi cammina lì sotto.

Sempre con la mamma al fianco, Luchino segue sullo spartito i concerti della Società del Quartetto nella sala piccola del Conservatorio, e certe emozioni musicali indimenticabili egli dichiara di averle avute proprio dalla madre. Nelle tiepide sere di primavera essa suona nel salone al primo piano, le finestre sono aperte e nelle stanze dei ragazzi, di sopra, attraverso il cortile arrivano nitidi e portati dall’aria della notte i drammatici accordi del Boris, alcuni liquidi brani di Ravel e di Debussy. Nonostante gli impegni mondani e le molte maternità (ebbe infatti sette figli), Carla Visconti di Modrone prima di andare a letto passa sempre in rassegna i suoi ragazzi addormentati. («In camera del Luchino», usava dire, «ghè semper on Metastasi ch’el rampega sui mur», alludendo alla quantità di libri dentro e fuori dagli scaffali), e il regista di oggi rivive ancora quei momenti che per lui, adorando la madre, erano di vera e propria estasi. Quando sentiva nel sonno avvicinarsi il fruscio della gran gonna di seta e poi investirlo il dolce profumo della colonia «Chevalier d’Orsay» e le tiepide perle della lunga collana cadergli sulle guance, mentre la madre si china su di lui per baciarlo in fronte. Sul tavolino da notte c’è quasi sempre un biglietto con una supplica, ed è stabilito che la madre debba fermarsi un momento a rispondergli. Ancora dunque un caro rumore nella notte: lo scricchiolio della penna sul foglio, e il fruscio della seta si allontana. («Cara mamma », c’è scritto, per esempio, «mi lasceresti andare domani a sentire Alda Borelli?» oppure «alla Gioconda al Carcano? Se no al cinema Centrale?»; e la risposta è generalmente su questo tono: «Ti lascerei, mio caro, se non fossi andato a passeggio sul tetto», oppure: «se non avessi litigato con Guido»).
Al cinema Centrale Luchino però ci va quasi tutte le domeniche col padre, dopo la Messa in Duomo, e lì assiste ai primi film americani di gangsters, mentre più avanti andrà matto per I misteri dì New York, La maschera dai denti bianchi e Il cerchio rosso, che va a vedere al cinema Palace, sul Corso. Con la prima liceo coincide la sua prima esperienza letteraria. Insieme ai compagni Corrado Corradi, Ignazio Gardella e Alberto Gnecchi, Luchino Visconti fonda un clan letterario, la prima manifestazione del quale è Battute, un volume che comprende i loro racconti ed è pubblicato a loro spese: la sua novella che si intitola Il cieco («spaventosa», dice ora, ripensandoci) è la patetica storia d’amore di un cieco di guerra.
Dopo un liceo piuttosto tumultuoso in cui si alternano brillanti esami letterari, disastrosi esami scientifici, fughe da casa e dai collegi, ritroviamo Luchino Visconti allievo sergente alla Scuola di cavalleria di Pinerolo, da dove esce abilissimo cavaliere, pronto al servizio militare, per il quale si infila l’elmo lucente del «Savoia». La passione per i cavalli, che presto diventa in lui estrema competenza, dura in Luchino sette anni, e in questo periodo monta lui stesso, compra cavalli e li allena personalmente finché a San Siro impianta una grande scuderia d’allevamento e corsa. Vive giorno e notte tra i boxes, si alza ogni mattina alle tre per dirigere gli allenamenti, va e viene dall’Inghilterra dove approfondisce il problema degli incroci e da dove importa dei «sangui» che ancora adesso continuano ad avere vittoriosi discendenti. È l’allievo preferito di Tesio, dal quale un giorno egli compera per tremila lire un purosangue baio di nome Sanzio che, allenato da lui, vince Grandi Premi in Italia e l’Internazionale di Ostenda.
Quando Luchino vende la sua scuderia, è già preso dalla passione per il cinematografo. Ha pronto un soggetto che dovrebbe portare a Londra per sottoporlo a Korda: invece si ferma a Parigi, dove, in compagnia di una sua cara amica, la sarta Gabrielle Chanel, incontra il regista Renoir, ed ecco che il giovane italiano dagli occhi inquieti e dal profilo di medaglia diventa costumista e assistente alla regìa nel film Une partie de campagne. È la sua prima e grossa esperienza in campo cinematografico, ed è forse la sua prima forte esperienza umana. Egli infatti vive nella troupe come un operaio, come Renoir del resto e come l’ultimo dei macchinisti, e viene a contatto con la sinistra artistica parigina, proprio nell’anno in cui l’Italia entra in guerra con l’Abissinia. Dopo una visita di alcuni mesi agli studi di Hollywood, Luchino è di ritorno in Italia. Nel 1939 muore sua madre ed egli cade in un grave stato di depressione dal quale teme di non potersi più riavere. «Non sono più capace di far nulla, e niente più mi attrae», dice; ma è la sua nuova passione, quella del cinematografo, che lo salva. È Renoir che viene a Roma per girare Tosca ed esige Visconti come assistente alla regìa. Renoir però è richiamato in patria perché scoppia la guerra, e lo finisce il suo aiuto regista insieme a Luchino. («Orrendo», è il suo commento di oggi).
Prende però la sua rivincita due anni dopo, quando esce Ossessione, che può essere considerato il primo film neorealista italiano. La censura lo taglia a più riprese, l’arcivescovo di Bologna lo proibisce, il ministero della Cultura Popolare insiste per vietarne la circolazione. Ma dopo un periodo di film storici zeppi di retorica o di storie a lieto fine basate sulle allegre segretarie, i commendatori galanti e i telefoni bianchi, apre finalmente un nuovo e importante periodo del cinematografo italiano. Luchino Visconti non parla volentieri del periodo della cospirazione, del suo arresto da parte della banda Koch, del soggiorno alla pensione Jaccarino, della condanna a morte decretatagli dall’avvocato Trinca, delle romanzesche vicende per cui scampò alla fucilazione, finì in prigione, poi all’ospedale fino al giorno in cui venne liberato dagli americani. «Una delle mie più importanti esperienze», dichiara.
L’esperienza che segue e che l’affascina almeno come il cinema è quella del teatro. Nel 1945 gli offrono infatti una regìa teatrale, ed ecco, in una serata memorabile all’Eliseo di Roma, la «prima» dei Parenti terribili di Cocteau. Si può dire che in quella sera il teatro in Italia cambia faccia. Da burocratico e convenzionale che era nel periodo fascista, diventa più audace e più libero, si affrontano i temi con maggior coraggio realistico, si porta una certa violenza nella recitazione. Visconti è il primo responsabile di questo passo in avanti. Oggi Visconti è al suo venticinquesimo spettacolo ed al suo quinto film; e il suo repertorio va da Euripide a Cocteau, da Shakespeare a Tennessee Williams, da Cecov a Giacosa a Caldwell. Il pubblico si trova così davanti a messe in scena mai viste, in cui è curato il minimo particolare e il minimo accento, in cui si direbbe che ogni attore reciti in modo diverso dal solito. Visconti, a detta di chi ha fatto parte dei suoi spettacoli, ha il dono di saper far recitare gli attori come fossero soli in sala, senza più nessun complesso, senza pudori, senza il minimo rispetto umano. Durante le rappresentazioni non esiste il suggeritore; gli attori che durante le prove non trovano una battuta, sono costretti, per ricordarsela, ad esercitar la loro logica, puntando più sull’argomento che sulle parole. Scavano così il loro personaggio, evitando per sempre di cadere in una recitazione convenzionale. Sopportano le grandi sfuriate del regista perché secondo loro non rimprovera mai a torto. Imparano ad esprimersi in modo nuovo, imparano a tacere, perché Visconti è anche il maestro delle pause. «Ho allenato per anni i cavalli», dice, « Per questo mi trovo bene con gli attori».
Negli spettacoli diretti da lui, ogni ambiente è ricostruito con la cura dell’appassionato quasi maniaco, che si documenta fino all’inverosimile, dal salotto delle Tre sorelle all’antibagno di Stanley Kowalski nel Tram che si chiama Desiderio, alla sala di casa Rosani in Come le foglie in cui gli spettatori di mezza età hanno riconosciuto quella speciale atmosfera di arrivi e partenze dei loro tempi, gli antichi portombrelli e la loro vecchia governante. E nessuno protesta se l’Oreste è rappresentato in straordinarie fogge barocche, se chiama Dalí per le scene e i costumi di Rosalinda, se fa costruire una città intera nel giardino di Boboli per Troilo e Cressida.
«Ma il punto d’arrivo è Verdi», conclude Visconti, felice d’avere La Traviata in programma e di aiutare Toscanini nel Falstaff. È felice anche d’essere a Milano di nuovo per un lungo periodo, e qui spera di respirare tra poco la nebbia dell’inverno che filtra l’odore delle castagne arrosto, del rame caldo che le contiene, insieme al profumo giulebbato delle pere cotte che si vendevano tanti anni fa davanti al Liceo Berchet. È un uomo pallido dagli occhi scuri e dall’espressione patetica che entra ed esce in questi pomeriggi dalla Scala dove sta preparando il balletto della Vestale in rigido stile neoclassico. È un uomo ancora giovane che pare tutto dipinto in bianco e nero, ed è giudicato senza chiaroscuri e oggi discusso con appassionata violenza. I critici dell’estrema destra infatti lo detestano, rimproverandogli da un lato d’aver barattato l’elmo del «Savoia Cavalleria» col basco, e dall’altro d’aver conservato nelle regie una mano ancora troppo bianca e troppo «da signore», mentre lo lodano gli intenditori di teatro e i giovani che lo considerano un maestro di regia. (Si può già parlare infatti di una sua scuola. I suoi allievi già noti sono Franco Zeffirelli, Mario Chiari, Franco Rossi, Rinaldo Ricci e Francesco Maselli; tra gli scenografi e costumisti Pietro Tosi e Marcel Escoffier). E quel che è più importante, non c’è attore che abbia recitato una volta con lui che non spasimi per tornare a far parte di un suo spettacolo, Benassi per esempio, Gassman, Stoppa e Randone, Gianni Santuccio, Giorgio Di Lullo e Marcello Mastroianni, oltre a prime donne come Rina Morelli e Lilla Brignone.
Camilla Cederna