Roma, gennaio 1955
Le mene governative contro Senso di Luchino Visconti, i tentativi di frapporre grossi bastoni tra le ruote all’ingranaggio produttivo della nuova opera del nostro regista si iniziarono, come i lettori ricorderanno, film dalla nascita del film, che si svolge lungo il 1866, all’epoca della battaglia di Custoza.
Si iniziarono, come al solito, con una serie di tartufeschi consigli e di paternali suggerimenti alla produzione, irradiati da quell’ambigua centrale che reca il nome di «censura preventiva». Poi le pressioni si fecero più aperte, l’onorevole Ermini, allora sottosegretario allo spettacolo arrivò a spalancare le braccia, a portarle al cielo, a scuotere più volte il capo e a tuonare: «Con questo Senso anche il Risorgimento ci hanno infangato!» e nella sanfedistica battaglia ingaggiata contro il film, eccoti entrare un nuovo personaggio, un personaggio per quanto ci risulta, del tutto inusitato nelle pur sempre singolari intromissioni nella crescita d’un film in regime clericale. E cioè il Ministero della Difesa.
A questo punto occorre ricordare che, nella sceneggiatura del film e nell’edizione integrale, un colloquio si svolgeva, nell’infuriare della battaglia di Custoza, mentre il generale Lamarmora giungeva nelle retrovie, tra il Marchese Ussoni, comandante del nucleo volontario, e il capitano Meucci, appartenente alle forze regolari. «Parliamoci francamente, capitano», diceva Ussoni a Meucci «l’ordine che lei mi ha trasmesso rispecchia la ripugnanza di tutto l’esercito, a cominciare dal signor generale Lamarmora, per le forze rivoluzionarie. È chiaro che si vogliono escludere queste forze dalla guerra… » «L’esercito regolare basterà alla patria… », rispondeva con tono sufficiente Meucci.
La serietà storica, nell’indagine dei difficili rapporti intercorsi tra forze regie e forze partigiane per una revisione critica di quegli anni, aveva guidato Visconti e i suoi collaboratori, i quali avevano compulsato scritti e documenti assai meno retorici di quelli noti al sottosegretario Ermini. Ma dal Ministero della Difesa, con paterna bonomia, giunsero consigli di esperti storici di mutare alcune frasi del dialogo.
Per non pregiudicare la presentazione di un’opera di così grande sforzo produttivo e di così elevato impegno artistico, i suggerimenti vennero via via accolti sia dal produttore che dall’autore del film, il dialogo modificato tra il Marchese di Ussoni e il capitano Meucci venne di nuovo doppiato.
Sembrava che finalmente il governo si fosse quetato. Ma quando accolto a partecipare al Festival di Venezia nella sua copia integrale, Senso apparve escluso da qualsiasi premio, con modi più appariscenti e più segreti a un tempo dopo la viva impressione suscitata, a tutti apparve anche chiarissimo che le mene clericali non si erano affatto esaurite. I fascisti, in quella occasione, vomitarono ingiurie su ingiurie nei riguardi dell’opera sulla loro stampa. I liberali non mostrarono di scandalizzarsi.
Ad ogni modo, il film dopo Venezia, ottenne il visto, così com’era, per la programmazione di cui venne fissata la data, in visione contemporanea in 56 sale cinematografiche. Ermini, frattanto, era stato trasferito al Ministero della Pubblica Istruzione, a recare colà, evidentemente, i lumi della sua alta cultura risorgimentale, e il sottosegretario Scalfaro gli era subentrato allo Spettacolo. Senso venne «richiamato» in censura, d’incanto.
La censura infierisce
Era accaduto qualcosa di nuovo nel Paese, nel frattempo? Sembra che i consigli degli esperti storici del Ministero della Difesa non dovessero essere apparsi bastanti, dal momento che quel Ministero ritornò sulle sue decisioni, fece marcia indietro, esigendo il taglio completo della scena del dialogo tra il Marchese Ussoni e il capitano Meucci. E una ventina di tagli cominciò con il domandare la censura. Il sabotaggio a un’opera artistica si faceva dunque sempre più deciso, come se già la gravità di quel che precedentemente era avvenuto non fosse stato sufficiente. Produttore e regista ancor oggi profondamente stupiti per tanto accanimento, si batterono contro queste assurde richieste. Il Ministero della Difesa, alla fine, si trincherò entro l’assoluta esigenza di apportare al film quattro grossi tagli. Molto probabilmente si trattava di giungere a far decadere la data di programmazione fissata.
Senso, com’è noto narra la passione per un giovane, cinico tenente austriaco, Franz Malher, da parte di una contessa veneziana, Livia Serpieri, la quale, travolta dai sensi, non esita a dare al bell’ufficiale una somma ingente destinata ai patrioti, perché egli abbia la possibilità di essere esonerato dai servizi militari nell’imminenza della guerra. Sempre più scesa in basso, la donna raggiunge, nel disordine conseguente alla sconfitta di Custoza da parte italiana, Franz a Verona, dove l’uomo l’accoglie brutalmente e non le nasconde di aver amato in lei solo la ricchezza. Denunciato da Livia quale disertore, Franz viene fucilato, mentre i soldati austriaci festeggiano nella città occupata.
Ebbene, su quali scene, su quali battute di dialogo ha infierito la censura eretta per l’occasione a intransigente Ministero del Buon Costume? Il primo taglio è stato apportato alla scena delle prima notte d’amore in compagnia del giovane amante. Tra l’altro i due si scambiano un bacio che rammemorava nello stupendo taglio dell’inquadratura e nell’uso dei colori, un celebre quadro ottocentesco: Il bacio di Hayez, che gli spettatori non vedranno.
Sembra che, a proposito dei baci, il Ministero del Buon Costume abbia agito di fronte a Senso, come mai a tutta quell’infinita schiera di filmacci pornografico-erotici che alligna nel nostro Paese, con la mentalità di un grosso mercante: «Ci sono sette baci nel film. Via via, facciamo tre, e amici più di prima!»
A questo punto siamo ancora — in pieno arbitrio — in un campo quasi strettamente artistico. Il taglio cioè, porta con sé un motivo di deformazione dello stato d’animo dei personaggi, così com’era stato pensato e costruito dall’autore del film e dai suoi collaboratori e ne deriva inoltre, un fato sgradevole dal punto di vista stilistico. Ma, come man mano vedremo, c’è molto di più. Infatti, quando Franz raggiunge Livia nella villa di campagna, la donna, dopo aver cercato di cacciarlo, vinta dalla passione, lo prega di restare, la censura ha, a questo punto, apportato il secondo taglio con la motivazione che una donna, e per sovrappiù una Contessa, non può prendere l’iniziativa di dire a un uomo: «Ti prego, resta!».
Coraggioso giudizio
Qui penetriamo in un terreno ideologico-morale-politico, di spirito squisitamente reazionario, «arcaico», come direbbe il vice presidente Saragat. Se ce n’è bisogno, l’accentuazione su questa strada s’è fatta maggiore, allorquando al Ministero della Difesa e al Ministero del Buon Costume, si stretta osservanza gesuitica, si è aggiunto, nella scrupolosissima visione di Senso, un terzo Ministero, quello che lo stesso Visconti va chiamando «l’offeso Ministero degli Aristocratici», di cui — egli dice — nessuno sa chi sia il titolare. Il terzo taglio, infatti, è stato apportato alla scena in cui Franz Malher, ubriaco e in compagnia d’una prostituta, lancia il suo orrendo frasario contro la sconvolta contessa Serpieri «La vedi quella lì — egli indicava pressapoco alla donna di facili costumi che è con lui — quella lì è un’aristocratica italiana!».
Infine, il quarto taglio è stato apportato nelle scene finali del film, là dove si vedevano delle prostitute veronesi accompagnarsi ai soldati austriaci.
Dalle manovre iniziali ai ripensamenti e alle conclusioni finali, le mene governative contro Senso ci sembra appaiano straordinariamente eloquenti e significative, strettamente legate ai tentativi reazionari del governo Scelba-Saragat-Malagodi di soffocare la libertà d’espressione artistica, così come esso tenta di soffocare e di distorcere tutte le libertà sancite dalla Costituzione repubblicana.
Senso rappresenta uno sforzo produttivo, teso a mantenere su un livello di altissima civiltà il cinema dei nostri maggiori successi all’interno e all’estero. Senso significa lo approfondimento da parte di un geniale artista come Visconti d’un periodo della nostra storia su un piano di coraggioso giudizio critico di quell’epoca. Un approfondimento neccesario per creare una maggiore coscienza politica negli italiani, un approfondimento neccesario per la nostra cultura, in quanto tra l’altro, il romanzo storico filmico dà la possibilità di nuove aperture, di nuove prospettive al realismo cinematografico di casa nostra.
Credono davvero costoro, con questo lavorio da struzzi, di nascondere la verità storica e l’inesorabile giudizio da darsi sul processo storico di una classe dominante?
Si tratta solo di brutale sovversivismo. Di sovversivismo si tratta allorquando si chiudono le fabbriche e si accresce il numero dei disoccupati, di sovversivismo si tratta allorquando si riduce a brandelli una cinematografia come la nostra (oggi solo sei film sono in lavorazione nei nostri teatri di posa), di sovversivismo di tratta allorquando si tenta di limitare la libertà di parola e di critica dei cittadini italiani a mezzo della stampa, di sovversivismo si tratta allorquando si tenta di sabotare il cammino della migliore civiltà culturale razionale, che può sprovincializzarsi, avanzare, respirare a pieni pulmoni, significare qualcosa nel mondo, solo quando ha la possibilità, nella piena libertà, di esprimere artisticamente una tematica e una problematica profondamente nazionali e popolari. I liberali, sempre così pronti a accordare la loro discendenza dai costruttori dell’unità italiana, che cosa ne pensano di quanto siamo venuti narrando? E i repubblicani storici? E l’associazione per la libertà della cultura? Occorre ricordare ancora una volta a tutti costoro che la libertà è indivisibile? Oppure si preferisce «andare a dormire» così come in una lettera aperta a Scelba, il professor Flora ricordava ingiungevano i poliziotti dislocati nei pressi di Palazzo Venezia, piuttosto che muoversi davanti ai sempre nuovi episodi dei pericolosi propositi clericali?
Aldo Scagnetti