Roma, 2 febbraio 1973

La dolorosa rinuncia che proprio in questi giorni ho dovuto compiere della messa in scena de L’oro del Reno al Teatro alla Scala, ha fatto tornare alla mia mente, vivo e pungente, il ricordo di tutto quanto Milano e i milanesi hanno significato per me, nella vita come nella carriera. L’amara decisione mi è stata imposta dalla impossibilità di trasferirmi da Roma a Milano mentre sono impegnato nelle cure fisioterapiche per riprendermi dall’incidente dell’estate scorsa. I medici, infatti, mi hanno impedito il trasferimento in questa particolare stagione.

Io spero tanto, però, che aver dovuto forzatamente declinare la regia de L’oro del Reno non significhi una rinuncia definitiva all’avvincente progetto propostomi dal sovrintendente alla Scala Grassi, e al direttore artistico Bogianckino di curare, in altrettante successive stagioni, l’intero Anello del Nibelungo, da L’oro del Reno al Crepuscolo degli dei, il grande ciclo wagneriano sulla colpa divina e la redenzione attraverso il libero volere dell’uomo. No, mi auguro proprio che si tratti, per me, di cancellare soltanto la prima giornata dell’Anello, e di potere l’anno venturo curare la messa in scena de La Valchiria o addirittura di riprendere in anni venturi l’intero progetto della tetralogia.

Lavorare al Teatro alla Scala è stata sempre una delle attività più gradite della mia esistenza: vedere adesso svanito il progetto wagneriano, che molto amavo, per questa stagione lirica, mi causa una amarezza profonda. Ma, purtroppo, l’eccesso di lavoro a cui mi sono sottoposto negli ultimi anni, specialmente per il cinema ha fatto squillare, con l’incidente subito, un campanello d’allarme. La vita mi ha così ammonito che non si può spendere impulsivamente e spensieratamente fino all’ultimo centesimo di quel prezioso capitale che è la salute. Io ho sempre avuto una salute di ferro e ho sempre contato molto sulla mia resistenza fisica, superiore al livello normale. Ne ho approfittato e anche abusato, lanciandomi nel lavoro senza risparmio di forze. Soltanto adesso ho compresso che cosa significa la salute, adesso che non la considero più come un dono naturale, ma come un bene geloso che debbo riconquistarmi da solo, con tenacia e pazienza, giorno per giorno. E sarò quindi molto più attento alla mia integrità, apprezzando la salute recuperata assai più di quanto non la valutassi come un elemento a me solidamente connaturato.

Dunque, per ora debbo rimanere lontano da Milano. Appena però i medici mi consentiranno quel trasferimento che oggi ancora mi vietano, tornare in Lombardia rappresenterà per me una vera gioia. Ricordo che, durante il periodo in cui fui ricoverato al Kantonsspital di Zurigo, il mio unico sogno era di potermi trasferire al più presto a Cernobbio in casa dei miei fratelli. Perché «sentivo» che mi avrebbe grandemente giovato ritrovare la cara atmosfera lombarda e l’odore delle cose di casa mia e la serena dolcezza del mio lago. Così è avvenuto, infatti. La «mia» aria lombarda ha agevolato la ripresa del fisico in modo molto più rapido di un ritmo normale. E la permanenza a Cernobbio ha confermato quel che rappresenta per me la Lombardia, per la vita fisica, al di là del grande apporto che Milano e la mia terra hanno offerto alla mia formazione spirituale, alla mia esistenza, al mio lavoro.

Adesso, ancora legato dalle cure a Roma, avverto l’ansia di un ritorno all atmosfera milanese e al lavoro che proprio al Teatro alla Scala avrebbe dovuto trovare per me, nei prossimi mesi, una delle più gradite e appassionanti espressioni. Ma adesso comprendo anche, in tutta la sua pienezza quanto aveva ragione Proust quando scriveva: «È senza dubbio l’esistenza del nostro corpo, simile per noi ad un vaso in cui sarebbe racchiusa la nostra spiritualità, che ci induce a supporre che tutti i nostri beni interiori e le gioie passate e tutti i nostri dolori siano per sempre in nostro possesso».

Luchino Visconti