Milano, 25 febbraio 1956

Per parlare sul serio, con la doverosa esattezza, d’un balletto, come opera d’arte, bisogna osservarlo, coglierlo, nella sua prima stagione. Allora soltanto se ne ha come il documento certo, storico. Se poi ha fortuna, e lunga, le apparenze decise dal soggettista, quasi librettista, e dal musicista, e da essi concordate col coreografo, con lo scenografo, col regista, insomma con coloro ai quali è affidata la parte visiva, quelle apparenze, dicevo, si trasformano nel decennii, cangiano, per i mutevoli gusti, le tendenze spettacolari e mimiche, i piaceri delle generazioni, le opportunità commerciali. Il divario fra il concepimento e le riproduzioni s’accresce enorme. Prescritta nella partitura, la musica resiste, e pure essa viene prima o dopo «aggiornata». Resta, sì, qualche cosa, e il titolo. Questa, la sorte, la insussistenza, del genere «balletto».

Un balletto? la prima rappresentazione? Bisogna dunque affrettarsi, per curiosità, a sentirlo e vederlo: Mario e il Mago, soggetto di Luchino Visconti, tratto da un racconto di Thomas Mann; musiche di Franco Mannino; coreografia di Leonida Massine; scenografia di Lila de Nobili, tutti d’accordo, si presume, nella realizzazione. (Nuovo al teatro è soltanto il Mannino, trentaduenne, palermitano, di scuola romana, valente pianista e autore d’un gradevole Concerto).

Un paesino della Versilia d’estate, al tempi nostri; cabine da bagni e barche sulla spiaggia. Nella piazzetta l’orchestrina del caffè ripete canzoni predilette. Silvestra, l’amante del gelataio Renato, che va in giro col carrettino, seguito da un nugolo di bambini golosi, ne canta una, e Mario, il timido cameriere, trascura il servizio, mira e ascolta estatico. Rabbuffi del padrone. Ironie di Silvestra e di Renato. Per svagare gli estivanti è indetta una corsa ciclistica. Renato sollecito s’iscrive. Mario, attardatosi, ne è escluso. Sempre stordito, negligente, vien licenziato. A sera, le coppie felici vagano lungo il mare. Egli è solo; come smarrito. Lo ridesta il chiasso della gente accorrente al richiamo del Mago Cipolla, che sul palco addobbato e lucente prova le sue virtù di illudere e turbare. La folla stupisco a quelle manovre, cede alle suggestioni, si dimena, schiamazza. Fra tanti curiosi Mario è casualmente scelto a un esperimento singolare: vivere il proprio desiderio.

Ecco, Silvestra corrisponde al suo amore. Là, un treno corre, tante carrozze, e da ciascun finestrino una Silvestra s’affaccia, lo saluta caramente. Poi, là, nella piazzetta, Silvestra danza canta soltanto per lui, mentre il padrone lo invita a sedere su d’un trono e si china a lucidargli le scarpe. Nel giro del ballo la ragazza s’avvicina, lo sfiora; egli può finalmente baciarla. E in quell’atto si sveglia: baciava Cipolla. Gli astanti lo beffano. Il Mago giocondamente tracanna bicchieri di cognac. Esasperato, Mario lo uccide con un colpo di pistola. Tumulto. Due guardie lo conducono in prigione.

Di questo soggetto o libretto si può notare l’interesse, la varietà dei fatti e dei sentimenti e qualche sottintesa allusione morale. Ma tanto i fatti, quanto i sentimenti, ed è inopportuno cercare simbolismi e concettosità, vogliono essere poi direttamente osservati nella risultanza artistica, attraverso i mezzi o i modi del gesto e della musica. Ciò che nel melodramma è la parola cantata, cioè il sentimento liricizzato nelle voci, nel balletto è la mimica; e la funzione orchestrale è la medesima: espressione cantata dagli strumenti. Quindi, a parlare sul serio (per molti un balletto è un’indefinita occasione di spensierato divertimento), conviene dedurre non dal testo del libretto, ma dalle fuggevoli impressioni visive ed uditive, ed è molto difficile, quali siano i caratteri, le passioni, i drammi, gli svolgimenti, le risoluzioni, che musicista e coreografo hanno conferito agli immaginati personaggi. (Si ricordi un capolavoro: Petrusca).

In questo caso la coordinazione della scenografia, della mimica e della musica è avvenuta simpaticamente. L’azione è evidente. Essa è talvolta interrotta da episodi di ordinaria coreografia, e non elimina le consuete piroette, ma più spesso procede rapida e chiara. Ed è interessante, grazie alla realistica disposizione del Visconti Non era facile rappresentare ciò che Mario immagina di vedere, mentre è avvinto dalla magia. E la difficoltà è stata superata efficacemente. I mutamenti tecnici, numerosissimi e complicati, avvengono veloci e determinati, sia nella riproduzione veristica, sia per gli ambienti irreali. E sempre con astuti accorgimenti.

La musica è scorsa facilmente, anche molto facilmente, dalla penna del maestro Mannino. L’accertamento della corrispondenza con i fatti e i sentimenti dell’azione mimica e scenica è sicuro. La malinconia del protagonista, le sue speranze e le delusioni amorose sono espresse con delicatezza e vivacità. Motivi di canzoni, ritmi di danze, alla rinfusa, si giovano d’un’orchestrazione colorita, e distinguono i momenti lepidi e caricaturali da quelli affettuosi e quasi tragici.

Prima di Mario e il Mago eseguito da Luciana Novaro, Jean Babilée, Ugo Dell’Ara e dall’attore Salvo Randone, e terminato con cinque calorose chiamate anche il Mannino era presente, è stato rappresentato un frammento della Bella addormentata, musiche di Ciaikovski. Seguiva L’amore stregone, che in alcuni episodi riflette la più vivace e brillante fantasia di De Falla. Ed anche in questi notissimi balletti i danzatori sono stati festosamente applauditi insieme col direttore, maestro Luciano Rosada.

A. Della Corte