Venezia, 2 settembre 1948

Parlando tempo fa del cinema inglese dicevo che la sua fertile compitezza gli deriva in gran parte dall’aver mantenuto intatti i legami con le tradizioni culturali e letterarie del suo paese. Il cinema italiano e francese, rinati invece in un periodo in cui le loro rispettive nazioni attraversavano una grave crisi della cultura, si sono visti costretti a operare su un terreno vergine e incolto, in cui non era sempre reperibile, nonostante la fecondità di certi filoni polemici, la soluzione di continuità tra umanità nuova e cultura in crisi.

Luchino Visconti, primo in tutto il cinema italiano di questo dopoguerra, sembra aver trovato di nuovo la formula felice per sostenere con solidi argomenti estetici il suo angosciato credo cristiano: «Non possiamo rimanere indifferenti o inerti di fronte alla persistente miseria di alcune classi del popolo… e l’evidente ingiustizia di talune forme contrattuali…» hanno proclamato i vescovi dell’Italia meridionale, in una recente lettera collettiva.

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Fino a oggi il nostro cinema aveva sostenuto questo credo, in modo incompleto e confuso; con Visconti, che lo accorda di nuovo alla cultura — ma la più valida e gloriosa cultura europea — l’equilibrio è raggiunto, L’empito violento e attuale della sua polemica umana che fino ad ora negli altri si era rivelato sovente capace solo di coesistere — trova ormai la sua forza persuasiva nello splendore classico di una tradizione e di una cultura letterarie, che possono anche spalancare orizzonti nuovi e inattesi: quella della nuova cultura.

In Sicilia i personaggi di Verga I Malavoglia sono diventati i Valastro. Ma i loro casi sono identici: lotta contro le sopraffazioni degli uomini, lotta contro la cieca forza del mare. Ala loro perfezione psicologica, alla loro impeccabile realtà di personaggi, deve corrispondere una eguale perfezione formale, un identico clima estetico. Visconti la cerca, la inventa; novità luminosa nel cinema italiano, dirige un film nel vero Acitrezza di Giovanni Verga, valendosi di autentici pescatori di Sicilia, mo non adopera schemi non veristi. Respinge la povertà e le lacune d’una corrente da cui era assente ogni cultura, conia una preziosissima formula che vorrei chiamare fiamminga per la rotonda dovizia di certi suoi elementi, cui fa riscontro — in splendente equilibrio — la scarna severità fortemente contrastata di certi altri, affidati a un ritmo solenne e ieratico — come ieratici e solenni sono gesti e reazioni e atteggiamenti e vita della gente di Sicilia.

Il film si snoda attraverso i suoi due episodi centrali, la rivelazione e la sconfitta, senza mai perdere il tono o la misura, felicissima a tal segno della sua interiore forza umana e polemica da non accentuare mai fuori luogo i climi e i motivi. Tutto scorre chiaro, evidente e dignitoso: la concitazione poetica si affida piuttosto al suono che all’immagine.

Altrove i climi emotivi sono risolti da elevatissime ma quanto mai calligrafiche composizioni pittoriche: l’attesa sugli scogli della barca che non torna, mentre incombe la mareggiata, la salatura del pesce o la vendita delle sardine, in cui forse è troppo insistita una ricerca di atteggiamenti cari a Modigliani, Ma questi sono difetti minimi, difetti dovuti alla non ancora assoluta padronanza di una formula creata «ex novo» per sostenere, con elementi di alta cultura, uomini e cose che sono sangue e anima del nostro tempo.

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Eccellenti sino a stupire gl’ignoti interpreti; ricorderò fra questi il viso alla Modigliani della sorella maggiore: in sé ha tutta la Sicilia, in sé ha forse tutto il segreto «umano» del film. Quelle estasi le hanno trasmesse nei secoli i grandi maestri della cultura e dell’arte. Visconti, raccogliendole e servendosene per rispondere al suo imperativo cristiano, ha fatto un gran dono ai suoi contemporanei; di più, ha indicato una strada.

Gian Luigi Rondi