Roma, dicembre 1965

Chiedo a Luchino Visconti in quale epoca avrebbe preferito vivere. Fellini mi rispose in questa stessa, la più stimolante e straordinaria perché c’è tutto: il passato rivomitato e certi lampeggiamenti sugli sconosciuti territori del futuro. Antonioni disse il Tremila, quando il mondo sarà più ricco e affascinante. Visconti, da buon progressista, vorrà scegliere il Quattro, il Cinquemila? Ecco, un gioco di società basta ad aprirci un carattere e a spiegarci uno stile: « Mi piacerebbe aver vissuto al tempo dei primi movimenti rivoluzionari francesi. E chissà da che parte sarei stato. Non mi interessa mica tanto l’avvenire; cioè, sì, m’interessa, ma non per me ».

Un saldo valore

Le conquiste della scienza, allora? « Guardi, io non so niente. Sono ammirato degli incontri dei Gemini in cielo, ma questo genere di avventure mi sorpassa, mi è persino difficile trovarci termini di emozione. È l’arte che nutre lo spirito umano, la sua funzione non sarà mai assunta dalla scienza. Una poesia, un bel quadro, Mozart o Britten mi commuovono più di qualunque lancio spaziale. Nè spero di arrivare a vivere tanto da vedere il mondo totalmente modificato dalla tecnica; la Luna, preferisco continuare a considerarla come un elemento sentimentale e romantico piuttosto che una terra di conquista: abbiamo ancora tante cose da fare quaggiù… ».

Non c’è male, mi sembra, per chi pensa a Visconti come a un sovversivo che ha esposto i tesori dell’umanesimo gentilizio ai raggi del sol dell’avvenire (benché, se basta quel focherello per scioierli, vuol dire ch’erano di cera). E c’è di più: « Ogni giorno, trasformando la nostra esistenza, la vita ci toglie qualcosa, rende più rari e preziosi i momenti di serenità. Come strumento di riposo, di distensione, l’arte acquista perciò una sempre maggiore importanza » (più tardi, parlando di Brecht, avrò la controprova: « Non è tanto importante quanto dicono i brechtiani; è una forma di teatro che comincia a tramontare ».

Fin qui, dite voi, sembra di sentir parlare un conservatore, un nostalgico della più bell’acqua. Vediamo, allora, se condivide gli entusiasmi di quanti, suoi amici, mettono il cinema in vetta alla piramide. Macchè: « Il cinema è una forma d’arte impura, composta ancora di troppe cose prese in prestito dalle altre, e soggetta a troppe influenze, per stare alla stregua della musica, della poesia, e in un certo senso della pittura e della scultura. E poi, intendiamoci, un’arte? È discutibile: in qualche caso , se vogliamo è un prodotto artigianale ad alto livello. Oggi, poi, mi sembra in un vicolo cieco, privo com’è, per le necessità tecniche e industriali che finiscono sempre col condizionare, della libertà d’espressione che un’arte dovrebbe possedere ». Per Visconti, infatti, in su la cima resta il melodramma, dove confluiscono musica, danza, parola, colore, spettacolo, la presenza umana degli attori, tutti elementi vivi, vitali, mutevoli sera per sera, ricchi di emotività sempre nuova nei confronti del cinema, tanto più freddo, meccanico, « una cosa un po’ morta, cristallizzata ».

Qui siamo al paradosso. È questo il ritratto dell’aristocratico giacobino (« detesto l’affare del titolo di conte: serve soltanto per i vagoni letto e negli alberghi di St. Moritz »). che respinge i valori della tradizione e rinnega il proprio sangue? Il Visconti che mi parla della famiglia come d’una cellula da salvare per proteggere îl tessuto sociale, d’un « formidabile baluardo » (« quasi tutto il mio cinema è inteso a denunciarne i semi disgregatori »), e per il quale la donna deve mettere al di sopra di tutto i suoi compiti di sposa e di madre, è lo stesso che dai tempi in cui gli arcivescovi andarono a benedire le sale infettate da Ossessione siete soliti considerare un cinico nemico della pubblica morale? All’inverso, è questo il patrizio sfatto che ha saltato il fosso, nostalgico di Togliatti, amico per la pelle di Ingrao, firmaiolo d’appelli demagogici, allineato con gli intellettuali d’estrema sinistra per i quali, sulla linea Lenin-Mussolini, « il cinema è l’arma più forte »?

Musica invecchiata

Delle due, l’una, suggerisce il buonsenso: o la borghesia, col suo solito complesso di colpa, ha frainteso lo stile realista e i temi sociali per diabolici attentati all’ordine costituito, oppure Visconti, orecchiati in Francia verso il 1936 certi squilli progressisti, subito li inghiottì per riempire in qualche modo il vuoto di idee che avvertiva in corpo, e a mo’ di dromedario ha continuato ad alimentarsene per trent’anni, finché, arrivato alla soglia dei sessanta e raffinato l’udito, non ha sentito che nella fanfara c’eran molte stecche, anzi suonava una musica invecchiata con lui, ed oggi, noblesse oblige, tien fede al cibo rosso della giovinezza, ma vuole agglutinarlo ai succhi antichi della schiatta blu. N’esce un impasto violaceo, sfondo inquietante d’una liturgia sontuosa ma ambigua. Se si avesse il tempo di verificarla in termini culturali, l’ipotesi spiegherebbe il controverso itinerario di un autore che cerca di trasformare in ragione poetica la propria contraddizione umana: l’essere attratto dallo straziante spettacolo offerto dalle anime e dalle cose che vanno in cancrena, e il tentare d’opporvi una razionale fiducia nel progresso.

Basta, del resto, continuare ad ascoltarlo: « Sì, andai a Parigi, e di colpo l’ambiente che faceva capo a Renoir mi aprì il cervello. Per me che venivo da tutt’altri interessi, i cavalli da corsa, fu veramente una seconda nascita. Mi resi conto perché ero al mondo; capii che se non mi fossi trasformato avrei seguitato ad essere un signore milanese, un cretino, il quale avrebbe continuato a non dir niente. Le convinzioni natemi allora non sono mai cambiate. Voglio chiarirlo una volta per tutte: in me non c’è stato nessun ripiegamento ideologico. Ma non si possono far sempre dei film come La terra trema e Rocco, uno non è obbligato a star sempre sulle barricate. Una carriera non si può limitare a prodotti di quel genere, a un certo momento deve inserirsi in quelli che sono i quadri generali di un lavoro. E nella carriera di un artigiano (non mi considero niente di più) si possono dare punte massime e stadi intermedi. Una vacanza, anche in senso ideologico, deve essere concessa a tutti. Uno ha diritto ad avere delle crisi, dei ripensamenti, mica siamo marionette. Posso aver modificato certe idee, perchè un cervello pensante può anche modificare un complesso di credenze nella quali giurava a occhi chiusi, ma ciò non vuol dire che nel mio intimo sia cambiato d’una virgola.

La grande frattura

«La carriera di un artigiano ». Saremo grati a Visconti di questa chiarezza, dove vedo riflessa un’intelligenza lombarda che lasciandosi guidare dal comandamento produttivo misura la fantasia creatrice sul concreto sviluppo dei suoi frutti. Ripagandoci di certi equilibrismi dialettici, quella misura ci aiuta a interpretarlo, fuori d’ogni cliché, come un eclettico, duttile, uomo di mestiere, disposto ad accettare entro certi limiti, e sia pure con accortezza, gli inevitabili condizionamenti dell’industria dello spettacolo se questo è necessario per esprimere almeno una parte di sé. « È vero, talvolta ho ammorbidito gli angoli, limitato la pretesa d’andare più in là nei significati; ma non mi è costato molto, perché l’ho fatto con coscienza, come è accaduto per Vaghe stelle dell’Orsa. Quando mi sono potuto muovere liberamente ho pagato di persona, con esperienze più dure e complicate. Son cose che si possono fare da giovani… Certo che all’infuori di tre o quattro film (La terra trema, Rocco, lo sketch in Boccaccio, Senso), dei Cecov, d’una Traviata con la Callas, d’una Bolena, d’un Don Carlo, non posso dire d’esser contento di me. Benché un artigiano debba essere soddisfatto d’aver costruito un mobile, un letto o una poltrona, il giorno che mi tenessi pago vorrebbe dire che ho chiuso: sarebbe una specie d’autogiubilazione ». Ed è disposto a confessare come un difetto l’aver talvolta adulterato il fatto artistico attribuendo a certi personaggi le proprie idee, l’aver ecceduto nei compiacimenti esteriori, l’aver mancato di sobrietà nel racconto.

Niente è più estraneo al Visconti di oggi, mi sembra, che l’immobilismo ideologico, il rigido ossequio a un’estetica, la perentoria ambizione di rifiutare i suggerimenti venuti dall’esterno. « Vorrei dedicarmi sempre più a trovare dei temi che siano miei personali — continua — ma non escludo di potermi ispirare, ancora una volta o due, a un fatto vero o a un’opera narrativa da trasformare in materia mia. Dopo Lo straniero da Camus, Il giovane Törless da Musil, la Tarnowska, vorrei chiudere con un film che evocando la storia di Milano attraverso una famiglia, dalla fine dell’Ottocento al bombardamento d’agosto, di rimbalzo illumini la trasformazione oggi avvenuta nella città, già tanto diversa dalla Milano in cui vissi da giovane, e colga la frattura tra le temps perdu e le temps retrouvé ».

Perché dunque Visconti nella piena maturità, già pensa alla sua opera finale? « Bisogna sapersi fermare. L’ispirazione, la grazia della creazione dura molto soltanto nei geni eccezionali come Verdi. Non c’è cosa più triste che la decadenza d’un artista ». Gli chiedo se avverta qualche sintomo d’indebolimento. « No, ma può esserci, può succedere da un momento all’altro. Avendo lavorato per oltre vent’anni di fila bisogna saper sentire il momento in cui qualcosa non è più così fresco, così vivo, e allora non val più la pena: perché mandare dei messaggi sciupati? ».

Ora soltanto trovo il tempo di guardarmi attorno, di leggere il presentimento d’una precoce stanchezza nella piega della sua bocca, nelle linee e nei toni d’una casa folta di arredi preziosi ma vuota di tenere voci, dove i rapporti formali fra le tele caravaggesche e i fichi d’India di Guttuso, le collezioni d’obelischi minuscoli e d’argentei bicchieri della staffa, i « succhi d’erba » del Settecento lombardo e i bronzi, i cristalli, i cuoi hanno raggiunto una così perfetta, composta armonia da ospitare anche un’ombra di languore. C’è una scatola di marrons glacés sul grande divano. Visconti l’apre per offrirmene. Ne esce un lungo, lubrico corteo di formiche annidate nel fasto. Corrono sui tappeti, gli sfiorano le mani.

Giovanni Grazzini