La rappresentazione di Troilo e Cressida è costata quaranta milioni

7 luglio 1949

Certo, in un paese povero come il nostro, si potrebbe molto discutere sulla opportunità di spendere trenta o quaranta milioni per mettere in scena sulla collina di Boboli non diciamo il più brutto, ma il meno bello dei lavori di Shakespeare, che nemmeno in patria ha mai goduto dei favori del pubblico.

Ma il fatto è che il nostro paese non è così povero come lo crediamo. L’improvviso sgorgare del petrolio in quel di Cortemaggiore ha aperto nuovi ed imprevisti orizzonti alla economia italiana, e pianger sulla spesa di trenta o quaranta milioni in una terra nella quale fra qualche anno — in virtù della felicissima scoperta — tutti coloro che avranno avuto la fortuna di non affogare nel carburante parleranno di miliardi, mi sembra una meschinità dalla quale dobbiamo avere il buon gusto di astenerci.

Assodato, dunque, che la cifra suesposta è nulla, anzi men che nulla per un paese prossimamente ricchissimo come il nostro, non ci rimane che lodar il regista Luchino Visconti per lo stupendo spettacolo che ha saputo offrire alla fortunata, stupita platea del giardino di Boboli che ha visto dalla cima e dai fianchi delle colline miracolosamente fiorire le mura, le torri, gli archi, le porte, i palazzi, le cuspidi, i giardini, i ponti, le strade della città di Troia assediata dai Greci desiderosi di lavar l’onta del rapimento di Elena salvando così, se non l’onore di Menelao, l’onore dell’Ellade tutta.

Troilo e Cressida, questo che, come s’è detto, è il men bello tra i lavori di Shakespeare, ha per sfondo, appunto, ad una sua assai ben poco importante storia d’amore, la guerra dei greci e dei troiani vista da un uomo tutto speciale, ed in un modo, precisamente, che giustifica e rende tutt’altro che arbitraria la messa in scena ideata da Luchino Visconti, il quale per il disegno dei costumi s’è giovato questa volta della collaborazione di Maria De Matteis.

« Ma quando mai », hanno notato severamente i critici, « si son visti i troiani con il turbante, vestiti quasi alla foggia saracena? E quelle guglie molto simili ai minareti che cosa c’entrano con l’architettura omerica della sventurata città di Ilio? ».

E questo è nulla. Non son piaciuti ai più i combattimenti dei greci e dei troiani, troppo arieggianti ai tornei medioevali e punteggiati di episodi nei quali non tanto pareva di vedere alle prese gli Aiaci da una parte e i figli di Priamo dall’altra, quanto cristiani e infedeli, Ribaldi
e Sacripanti, Rodomonti e Nami; dimenticando, purtroppo, i critici, che Shakespeare giunse alla conoscenza del mondo omerico non già con la lettura dell’Iliade, ma attraverso le storie e i canti e i poemi medioevali ispirati dalla guerra di Troia. Ed il sentimento cavalleresco del medioevo non poteva che disprezzar la prepotenza dei greci e detestar l’invulnerabile Achille che, forte del favore degli dei, uccide quell’Ettore che con altre armi non può opporglisi se non quelle umane. Di qui il tono tra parodistico e satirico, spesso crudele, che Shakespeare usa nel presentare i compagni d’Agamennone. Bisogna aggiungere che al tempo Shakespeare le storie degli eroi greci giungevano alla gente pittorescamente contaminate dalle ’’canzoni di gesta’’ aventi per eroi non Aiace e Diomede, ma Rinaldo e quel suo cugino Orlando, il quale è pieno di fiducioso amore per Angelica, proprio come l’ingenuo Troilo di Shakespeare crede nella virtù della tutt’altro che virtuosa Cressida.

Ecco spiegati i turbanti, le guglie simili a minareti, i combattimenti arieggianti ai tornei, e l’aria così poco eroica dei tanti famosi eroi che Shakespeare ci presenta impegnati, qualche volta in combattimenti, ma più spesso in liti e baruffe da femminuccia, dove invece che con la spada si lavora con la lingua.

E cavalli bianchi e neri, e clamori di tromba, e marziali risuonare di spade sui ’’triplici’’ scudi, e ai piedi e ai fianchi della collina un movimento continuo di truppe, un pittoresco ingolfarsi del canto nei padiglioni del campo greco, un fremere di vessilli, ed armature, ed elmi, e pennacchi, e schinieri, e cigolii di catene ad ogni alzarsi ed abbassarsi del ponte levatoio, e tutti o quasi tutti i migliori attori disponibili mobilitati per l’occasione, Benassi, Ricci, Tumiati, Ninchi, Tofano, Gassman, Stoppa, Carnabuci, Pisu, Bernardi, e la Morelli, e la Magni, e la Zareschi, e la De Giorgi; insomma, uno di quegli spettacoli che fanno rimanere a bocca aperta, del quale non senza ragione i giornali han scritto che ’’ha degnamente concluso le manifestazioni del Maggio Fiorentino”.

Mosca