Marzo 1955
Ora che Senso è apparso nelle normali sale di proiezione, ci sembra non sia fuori luogo ricordare brevemente il suo curriculum all’ultima Mostra di Venezia, e il suo primo contatto col pubblico.
L’opera di Visconti, a Venezia, era ufficialmente considerata «fuori quota», non ritenuta degna, cioè, di rappresentare direttamente l’Italia, nella cui selezione pure aveva avuto posto addirittura un Sesto continente non decisamente brutto, ma proprio inadatto ad una mostra d’arte, appunto per avere concorrenti migliori. Prima ancora che apparisse sullo schermo, già tutti i frequentatori di ogni ambiente della Mostra avevano sentito dire che Senso non avrebbe vinto; è stato infatti così, ma la cosa più grave, ancora, è che sia stato così pur dopo che tutti potemmo constatare quanto il film fosse significativo, quanto fosse la sua importanza e quale il suo valore sotto tanti punti di vista, nel campo di tutta la cultura italiana. Oltretutto, gli operatori della televisione, la sera della presentazione del film, avranno forse ricorso ai più ampi giochi di equilibrio, se era vera quell’altra voce che insinuava che essi dovevano evitare il più possibile di riprendere la figura di Visconti, durante la cronaca dall’atrio del Palazzo del Cinema. Ma, anche oltre il fatto in sè del «Leon d’oro» più o meno assegnato a Senso (alcuni giudici possono non avere effettivamente gustato e compreso il film), oltre il paragone con questo o quell’altro film presentato e premiato alla Mostra, fu notata e rumorosamente stigmatizzata, la sera della premiazione, soprattutto la mancanza di un qualsiasi segno di riconoscimento vuoi al film vuoi ad uno qualunque dei suoi protagonisti, davanti o dietro la macchina da presa. Fra tanti leoni e tante parole disponibili, fra le motivazioni più impensate e fra le meno azzeccate, non si è trovato nulla per Senso, nulla per ricordare la grande fatica — l’ultima, per sempre — di G. R. Aldo, il massimo fra gli operatori che mai abbiano lavorato nel cinema italiano. E questo, in clima di arte cinematografica, è veramente impensabile; e fece ricordare ancora i discorsi dei corridoi della Mostra — informatissimi come tutti i corridoi —: discorsi che non portavano certo troppo lustro a una grande manifestazione quale potrebbe e dovrebbe essere veramente quella veneziana.
L’accoglienza a Senso degli spettatori del Palazzo del Cinema (oltre agli invitati, entra al Palazzo il pubblico disposto a pagare le duemila lire del biglietto d’ingresso, duemila che diventano spesso tre, cinque, diecimila e a volte di più) fu complessivamente fredda e distaccata. Particolarmente sfavorevole fu invece l’opinione del pubblico dell’Arena all’aperto. Il film comincia com’è noto con la rappresentazione del Trovatore alla Fenice di Venezia: e non si creda che un pubblico che dovrebbe essere abbastanza smaliziato ed esperto non sia sensibile a piccolezze di questo genere, poiché si sono avute al riguardo diverse prove. I veneziani, infatti, — che fra la folla erano in maggioranza — al vedere il loro teatro sullo schermo, e con un brano di un’opera di Verdi, si immedesimarono un po’ in un certo ambiente di famiglia, e credettero forse di dover assistere soltanto ad una vecchia storia d’amore, magari italiana, per qualche lato, ma non molto diversa da quelle solite cui altre volte film con attori come Alida Valli, Farley Granger e Massimo Girotti l’avevano fatto assistere, e forse con in più un po’ di guerra e di comune Risorgimento. Notammo anzi addirittura il caso di un generico che aveva portato allo spettacolo tutti i membri della sua famiglia e molti suoi amici — il fatto è rigorosamente vero —, per indicare se stesso sullo schermo ai propri ammiratori; e in quelle condizioni non doveva essere il solo.
A poco a poco, però; la storia si andava rivelando sempre meno sentimentale e meno facile, e il Risorgimento assai poco scolastico, e il pubblico andava perdendo simpatia alla rappresentazione e ai suoi protagonisti. Infine, anche per i motivi che abbiamo prima individuato, fu portato, più che ai fischi, proprio alla noncuranza e poi alla derisione; il punto culminante fu raggiunto nella sequenza in cui Franz, penetrato di notte in casa di Livia, le fa man mano intravvedere l’idea di poter essere esonerato dal servizio militare mediante il pagamento d’una forte somma che indirettamente le chiede; ma prima, ancora, e poi in altri momenti, vi furono manifestazioni simili, pochissimo contrastate.
I presenti all’Arena non costituiscono evidentemente — tanto più in una circostanza come quella della presentazione alla Mostra del film di Visconti — un pubblico fedele, attendibile, perché sono piuttosto un pubblico rispondente a molteplici interessi esterni. Oltre infatti a chi deve in un senso o nell’altro esprimere rumorosamente il proprio parere (per far figurare sulla cronaca dei giornali del giorno dopo, in un senso o nell’altro, l’esito del successo spettacolare), è la mentalità stessa della maggioranza di coloro che, anche come spettatori normali, si recano a quegli spettacoli, a falsare il risultato della presentazione veneziana. Una mentalità in massima parte mondana e snobistica (il prezzo, poche centinaia di lire, non è in partenza eccessivamente alto: ma subisce molti aumenti prima di arrivare a destinazione!), in cui un film più che altro è atteso e osservato con rispetto soltanto se risponde, per lo più, a ben riconosciuti, determinati criteri esteriori. Non c’è quindi nemmeno all’Arena un pubblico popolare, un pubblico normale che possa dare ad ogni modo una certa indicazione comune.
Tanto più questo si può dire, ora che il film ha già cominciato il suo giro in tutta Italia, dove, stando ai primi dati, il suo successo pare veramente notevole. Certo che il pubblico, di fronte a un film come questo, deve necessariamente superare un primo momento di freddezza, diremmo anche di repulsione, abituato com’è soprattutto alle emozioni più superficiali, più tradizionali, più retoriche. Fatto sulla misura del melodramma ottocentesco, Senso è internamente proprio l’opposto della sua veste esteriore, e si serve dei fatti stessi che rappresenta per stigmatizzarli amaramente e portarli nudi ad una esatta misura di considerazione. Il pubblico è più o meno di fronte agli stessi problemi anche ad es. con un La contessa di Castiglione il quale (svolgendo normalmente la solita apparente storia del Risorgimento, nel clima dell’opera lirica vista piattamente solo per quello che consuetudinalmente è) è proprio quello che Senso sarebbe, se… se non fosse Senso, perché elude ogni questione e va freddamente e aridamente incontro ai gusti più vieti.
È vero, dunque, dicevamo, che il film richiede più che mai un’ampia attenzione e un lungo ripensamento; ma ciononostante, al primo incontro, il pubblico pare proprio cerchi di superare un ostacolo iniziale di incomprensione, per andar verso un’adesione finale assai ampia. E questo; in definitiva, è proprio un sintomo quanto mai significativo.