Cinema: Bellissima di Visconti

Bellissima di Luchino Visconti

Gennaio 1952

Il personaggio dominante del nuovo film di Luchino Visconti, Bellissima, presentato poche sere fa a Milano in anteprima mondiale, è, come sapete, una madre povera, la quale getta la propria figlia allo sbaraglio nel mondo del cinema, acciecata sì dall’ambizione, ma soprattutto dall’ansia di afferrare un lembo della impura e sfuggente ricchezza che il cinema promette. Processo al cinema, dunque, quale fabbrica di illusioni e di disinganni. Si aggiunge anche che sia processo al cinema neorealista, fabbrica di spostati. Storia vecchia, nell’un caso e nell’altro. Quasi un luogo comune. Senonché la vittima, questa volta, è una bambina. Ha meno di sei anni, è bruttina, goffa, tartaglia, si spaurisce facilmente; è una povera creatura indifesa, non come le vanerelle calcolatrici che partecipano ai concorsi di bellezza; e perciò il suo dramma, che noi vediamo svolgersi quasi esclusivamente riflesso nel volto della madre, acquista, dentro una vicenda così convenzionale, una verità ed una intensità strazianti. C’è una lunga sequenza, nel film, nel quale si raggruma tutto l’orrore di questa fanciullezza imbrattata dagli inganni e dagli intrighi degli adulti: la scena della proiezione del provino davanti al regista e ai suoi assistenti che ridono. Alla proiezione assistono, non viste, anche la madre e la bambina. Ma l’indignazione della madre, il suo dolore, il suo panico, non sono che un appariscente contrappunto alle smorfie della piccina piangente sullo schermo, ingigantita da un crudelissimo primo piano. Non ricordo di aver mai veduto, fin dai tempi del muto, un fotogramma più tragico. Mi si dice che tutto questo è prodotto da un calcolo intellettualistico, non esente da morbosità. Può essere, ma non mi interessa andare  frugare nelle viscere di quel fotogramma. So che l’effetto è raggiunto. So che Viale del tramonto, nutrito da una morbosità ben più vistosa, d’un intellettualismo ben più scoperto, un’emozione uguale non me la dà mai.

In definitiva, Bellissima mi pare un film importante. E magari importante proprio perché l’autore di La terra trema, opera rivoluzionaria nel linguaggio e nella polemica sociale che intendeva svolgere, si acconcia qui a narrare una storia convenzionale con un linguaggio convenzionale. Ho pensato talvolta (con tutte le possibilità di errori immaginabili) che il difetto del cinema attuale non consista tanto in un eccesso, quanto in un difetto di convenzioni stabili. Sta di fatto che il narratore di Bellissima, stretto fra le muraglie d’una convenzione che potremmo grossolanamente definire “commedia popolaresca” (e non dialettale), ha compiuto un lavoro di scavo intorno ai personaggi, sbalzandone fuori alcuni d’una verità e di una complessità eccezionali. Dominante, come dicevo, il personaggio della madre, ch’è poi Anna Magnani. La Magnani è qui davvero una grande attrice. S’è detto che trovandosi ella ancora una volta nel suo naturale ambiente, nella sua verità umana, non ha fatto che recitare la parte di sé stessa. Nulla di più falso. Osservate attentamente certe scene o soltanto certi fuggevoli lampeggiamenti interpretativi: il dialogo con Walter Chiari sulla riva del Tevere, l’attesa fra le altre madri dell’esecuzione del provino, il colloquio con Iris al montaggio. Cito a caso. V’è n’è cento, di momenti come quelli. E ditemi poi quale altra attrice può esprimere la complessità sentimentale di una popolana, che, per il fatto di esser tale, non cessa di esser donna (come pretenderebbero gli autori della commedia dialettale cinematografica), impetuosamente, appassionatamente donna, oltre che pateticamente madre.

Bellissima, suppongo, susciterà aspre discussioni fra chi vorrà giudicarlo un capolavoro e chi no. È un discutere che esce dai miei limiti di cronista e forse anche dai limiti che si è posto lo stesso Visconti. Per quanto mi riguarda, oso formulare una sola riserva: la parte manchevole del film mi sembra consistere proprio nella sua polemica. Può essere una maligna coincidenza, certo è che il “cattivo cinema” qui raffigurato è esattamente uguale al “cattivo cinema” della leggenda. In altre parole, qualsiasi spettatore estraneo al retroscena di Cinecittà, ma non sciocco, volendo raffigurarsi gli intrighi e le piccole sporche faccende e il cinismo e la involontaria crudeltà del mondo del cinema, se li raffigurerebbe così, pressapoco. Tutto questo, evidentemente, significa che il processo è stato troppo sommario (eccezion fatta per il personaggio così felice e così felicemente interpretato da Walter Chiari, del quale mi spiace soltanto la cantilena nasale) e che la satira, o comunque l’atto di accusa, rischia di tramutarsi in caricatura. Tanto più che l’assordante e fatuo « coro » femminile che contrappunta tutto il film ha proprio l’aria d’essere stato rappresentato in chiave caricaturale, forse non necessaria, come una stridente forzatura polemica. Se poi fosse veramente intenzionale l’aver centrato le caricature delle altre madri del film su una specie di piccola borghesia femminile declassata, sarebbe stata, mi pare, una crudeltà davvero inutile.

Vittorio Bonicelli
(Tempo)