La terra trema al Festival di Primavera di Milano

La terra trema di Luchino Visconti

Finalmente La terra trema ha superato i confini del Festival veneziano per apparire davanti al pubblico milanese. Il film di Luchino Visconti è stato presentato al II Festival di Primavera, a cura di Guido Guerrasio, suscitando discussioni senza termine. Di questa importantissima opera del nostro cinema, dovuta ad un temperamento d’eccezione, diamo un’istantanea della lavorazione. Luchino Visconti (con gli occhiali neri) e G. R. Aldo, direttore della fotografia, sorvegliano una scena interpretata da due abitanti d’Acitrezza. (Foto Ronald)

Milano, 7 maggio 1949. A Milano i cinema di prima visione, dopo gli sforzi pasquali, si sono abbandonati ai sopori dell’anticipata calura estiva. In compenso il pargolo del festival ha emesso i suoi elettrizzanti vagiti, portando alla fiumana fieristica e alla elegante troupe di via Montenapoleone un’ondata di intellettualismo cinematografico. Peccato che per questo II Festival di Primavera si si scelta la sala dell’Arlecchino alquanto piccola e abbastanza fuori mano (anche se collocata in una eccentrica e a suo modo frequentatissima via del centro). Ho il sospetto che per mancanza di una più spettacolare propaganda la manifestazione non abbia sortito quel successo concreto che pur si meritava. In fondo il Festival, anche se sorretto da una organizzazione un poco improvvisata e condotta alla garibaldina, testimonia una intelligenza e un gusto che sarebbe veramente sconfortante veder soffocati per lo scarso seguito del pubblico. Questa festa cinematografica dovrebbe divenire una tradizione per Milano e conseguire i caratteri e l’importanza di una manifestazione permanente.

All’Arlecchino comunque, grossi calibri hanno tuonato subito fin dai primi giorni: La terra trema di Luchino Visconti e Il processo di G. W. Pabst. L’opera italiana ha il merito di aver dato esca agli entusiasmi e alle polemiche. Già a Venezia, l’estate scorsa, questo singolare film, pur conquistando un ambitissimo premio, aveva impresso alle acque delle cronache cinematografiche un movimento ondoso. La terra trema sembra fatta apposta per mettere in disaccordo non soltanto i critici (che in realtà non lo sono mai), ma anche gli spettatori. L’ultima fatica di Visconti non è un capolavoro, appare piuttosto una formidabile antologia di intuizioni stupende (l’opera d’arte conclusa attraverso un suo ritmo costante resta un’altra cosa). Il pubblico, a dir la verità, non è stato molto tenero. Soprattutto ha rimproverato al regista tre cose: il dialetto incomprensibile parlato dai protagonisti, la lunghezza (tre ore di spettacolo) e la intenzionalità di servire una tesi politica. Ora è evidente che sul piano artistico questi punti non hanno consistenza: I) perché un’opera d’arte non è una scuola dove si parli una lingua legalmente riconosciuta; II) perché un’opera d’arte non ha limiti di durata (in questo senso il limite di tempo sarebbe ancora più ridicolo delle famose tre “unità” aristoteliche); III) l’opera d’arte, se veramente è tale, trascende qualsiasi intenzionalità politica o sociale.

I presupposti di Visconti sono tutti validi: impostato il racconto sullo sfruttamento dei pescatori da parte dei grossisti, si è recato ad Acitrezza, una borgata sulla costa siciliana, e lì ha costruito il suo film, fotografando dal vero e impiegando come attori elementi del luogo.

Davanti al quadro delle miseria umana e della ingiustizia sociale Visconti ha trovato una sua soluzione: la rivolta dei poveri contro i ricchi è destinata a fallire. I signori da ultimo hanno il sopravvento; il povero sfruttato e avvilito china la fronte, però nel suo cuore non si estingue la scintilla della ribellione. Domani da questa scintilla accesasi in tanti e tanti cuori partirà il boato che farà tremare la terra.

La sostanza, come si vede, è sanguigna e calda di umanità. Tramutandosi in opera d’arte poteva assumere la forza epica del poema della miseria. Visconti invece non ha saputo trovare la sintesi e, trascinato dal suo prodigioso esito, ad un certo momento ha indebolito, disperdendolo, il filo conduttore della sua opera.

La materia da lui trattata aveva un efficacissimo e ancora insuperato precedente letterario: i romanzi di Giovanni Verga. Visconti non doveva ricalcare l’opera del grande scrittore siciliano e ha fatto benissimo a insistere nel dire una parola sua. Tuttavia proprio il confronto tra i risultati del narratore e del regista illumina sulle manchevolezze di quest’ultimo. Visconti è il re della inquadratura  cinematografica: non v’è dubbio che in questo senso egli abbia il più dotato talento del nostro cinema contemporaneo. (A questo proposito si comprendono gli entusiasmi degli esteti dell’immagine). Inoltre nella inquadratura Visconti infonde una sua personale e compiaciuta orma intellettualistica, che, togliendo alla scena l’aspro sapore umano, l’ammanta della luce meravigliosa dell’intelligenza letteraria. Molti giovani sinceramente pervasi da uno snobistico amore per il cinema, hanno trovato ne La terra trema la ineffabile estasi.

Una vera schiuma cavallina traboccava dalle loro anime. Confesso di non aver provato queste ebbrezze, come d’altro canto non ho provato il senso di repulsione (da molti denunciato) per una ipotetica crudeltà morale insita nell’opera di Visconti. Molto più modestamente ritengo che La terra trema sia una esperienza di un grande valore cinematografico. È un’opera da cui ognuno, che al cinema si senta legato come ad una fonte di vibrazioni estetiche e umane (e perciò artistiche), ha qualche cosa da apprendere. Personalmente mi resta il rimpianto per l’occasione in parte sfumata di veder realizzato un grande racconto cinematografico con le straordinarie intuizioni di un poeta dell’immagine quale è Luchino Visconti.

Certo La terra trema comporterebbe un discorso più particolareggiato e meno approssimativo. Senonché per una sede cronachistica come questa già sono corse parole fin troppo serie. Il discorso su Visconti lo finirò semmai a voce facendo il peripatetico per le vie di Milano con i miei amici Guido Aristarco e Franco Berutti.

Ezio Colombo
(Bis)