Visconti con piume e orchestra

Roma, maggio 1949

Convinti come tutti siamo della grande personalità che Alfieri espresse nella Vita e altre prose, e nei sonetti, e in molti frammenti di quei suoi dialoghi e monologhi in irti versi che chiamò tragedie, rimaneva insoddisfatta fra noi teatranti del Novecento la curiosità di saggiare se egli abbia espresso se stesso anche nel mondo dei poeti drammatici, e cioè mettendo in scena tormenti di persone vive; mondi di creature, come s’usa a teatro, « per sé stanti », rappresentate in urti e conflitti capaci di commuovere e appassionare e trascinare, con una validità sempre attuale, la psicologia di un pubblico di teatro. A una tale prova si è cimentato Luchino Visconti.

La lizza è stata la platea del nostro Quirino, all’uopo trasformata, non già in circo come si andava sussurrando, ma in « quid medium » fra l’orchestra greca e il teatro elisabettiano. Occultato da drappi rossi tutto il palcoscenico, in modo da coprire — e, nei momenti buoni, anche da scoprire attraverso un velo — l’orchestra che vi si era collocata, il regista vi ha eretto ai lati i massicci architravi di due rudi porte in macigno, sui motivi di quella arcaica « dei leoni » a Micene. E sin da quella di destra, che per una gradinata lorda di tracce sanguinose introduce alla reggia, sia da quella sinistra, che per una stradetta in salita muove all’esterno, si comunica con una piattaforma la quale si protende in mezzo alla platea, e per una striscia arriva, tra le file degli spettatori, sino all’uscita di fronte.

A che serve questa piattaforma? Evidentemente al fatto che il regista ha concepito i personaggi dell’Alfieri come « esseri a tutto tondo »; ha voluto persuaderci della loro statuaria consistenza facendoli contemplare e agire, come appunto usavano gli elisabettiani sul loro palco proteso in platea a forma di prora, da tutte le parti. Ma perché poi li ha letteralmente sommersi dentro le sete, i merletti, le piume, i guanti, le gale dei più pomposo sfarzo barocco, sotto la luce di un invadente lampadario settecentesco? Perché li ha voluti in perpetua, frenetica agitazione, spezzandone le battute tra pause d’una mimica convulsa, sottolineate da vaste musiche attinte alle più note opere di Beethoven, e inquadrandole in insistenti evoluzioni di guardie dalle forme stranamente ostentate?

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La ricca inventiva del Visconti ci ha offerto una serie di trovate geniali; ma visive, spettacolari, proprio là dove si sarebbe trattato di mostrarci la validità della sostanza alfieriana, nella sua scabra, riottosa, intransigente, irriducibile nudità. E cioè risolvendo, non con mezzi esteriori, ma didentro, il problema essenziale, quello dello stile: terribile, d’accordo; ma accettabile, o no, qui è il punto.

Assai decoroso il Mastroianni, Pilade; dicitore stupendo il Ruggeri, Egisto; magnifico il Gassmann, che alla ossessione d’Oreste dette un’energia e una linea di grande attore; ma ciascuno per suo conto, individualmente, senza dar fuoco — se non fosse nel tumulto del quart’atto — al dramma comune, né fondendosi con le attrici, la brava Paola Borboni come Clitennestra e l’incomparabile Rina Morelli come Elettra, tutt’e due spaesatissime nel contrasto tra il fruscio delle immense vesti seriche e l’arrotato stridore dei versi che dovevano pronunciare.

Che nessuno voglia interpretare in cattivo senso le nostre note. Il fenomeno Luchino Visconti è fenomeno importante in questo nostro dopoguerra. Si potrebbe richiamare, per esso, il fenomeno Pavlova dell’altro dopoguerra. Ma questo è ben più nostro, appartiene al nostro costume con ben altra incidenza. Nella reazione comune ai nostri artisti migliori, contro la vecchia faciloneria e la guitta routine, il Visconti tiene il ruolo più appariscente e scandaloso; pur nel suo palese eclettismo, sembra propendere spesso (Matrimonio di Figaro, Rosalinda, questo Oreste) verso la prevalenza d’una agitata e fastosa coreografia sulla parola. Come ripetergli che noi preferiamo di gran lunga un’altra arte, quella a cui egli stesso ha acceduto, nei Parenti terribili, in Antigone?

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Silvio d’Amico