Individuo e società in Luchino Visconti

Individuo e società in Luchino Visconti

La contrapposizione tra un ingiusto mondo attuale e un più sano mondo probabile è assai indicativa della visione poetica e sociale di Visconti

Non v’è dubbio che oggi, in politica ed in arte, il sentimento solidaristico s’avii a prevalere su quello solipsistico. L’individuo ha ceduto se stesso all’umanità tutta ed ogni ragionamento che si voglia proporre, storico e culturale, vedrà impegnato non l’uomo nella sua individualità, sprezzante ed egoistica, ma l’uomo come specchio dei suoi simili.

Ma il passaggio da questo individualismo ad una nuova e pura forma di umanesimo — ove non l’individuo si annulli, ma il suo indifferente cinismo, in un processo che è appena giunto a qualche rada intuizione — non poteva essere senza ribelli sviamenti. Nell’evoluzione, com’è noto, la realtà preesistente non viene sbrigativamente negata, ma solo criticata e superata per graduale miglioramento. Nella ribellione, invece, ogni freno si rompe, il passato è vituperato: e un compatto e incontenibile movimento di idee conduce, infallibilmente, ad atteggiamenti di rigido estremismo. Così al mito dell’arte solipsistica — figliata da Croce, se pure la sua colpa diretta fu poca — si è da qualcuno inteso sostituire, con rapidissima innovazione, il mito dell’arte sociale: ad una vecchia e ormai infiacchita retorica una nuova retorica, quella del documento, più ricca di insidie e di fascino perché più facile, più eseguibile.

Luchino Visconti è, nel cinema, il più irrequieto prodotto di questo mutamento di clima: l’equilibrio, diremmo, tra i due momenti. Sopravvivono infatti in lui gli elementi storicamente obbliganti, epperciò non trascurabili, dell’individualismo. In Visconti non è già l’ambiente che domina, determinandolo, l’uomo, ma è anzi questo che, positivamente definito, s’imbatte in un ambiente negativo che gli si oppone. Il dramma è sostanzialmente così composto: ma vedremo che neppure il singolo umano, protagonista attivo, vi è solidamente preparato.

Il cinema di Visconti è, pertanto, sempre un cinema di lotta. In La terra trema l’impulsiva e malferma rivolta di un uomo contro un sistema feudale; il Bellissima la ribellione conclusiva di una madre ad un mondo che stava per renderla partecipe, anzi causa stessa di una offesa morale alla piccola figlia. C’è un atteggiamento dubbioso, quindi, nei confronti dell’ambiente sociale in cui la storia ci ha condotti: Visconti ne salva pochi uomini, ma attraverso un tribolato processo di “redenzione” che anche in questi privilegiati dovrà cancellare grossi errori, vistose presunzioni.

Il pescatore del film siciliano, ad esempio, è fondamentalmente un anarchico. Né altra ribellione, più cosciente e solidaristica, è possibile in un ambiente che si rende inerte dinanzi ad ogni illegalismo, ad ogni sopruso. Il pescatore dovrà avvedersi che il suo atteggiamento impulsivamente ribelle si sfalda non solo all’urto con la resistenza attiva e organizzata dei “grossisti”, ma anche contro la passiva noncuranza dei suoi parenti e amici.

Perché non vedere in questa conclusione l’amareggiata negazione della “massa”, intesa nel senso di organizzazione impersonale meccanica — com’è nel Toller, — ma in quello di una classe umana cosciente e matura ai propri compiti? Una simile conclusione ci sembra lecita non meno di quella che vi scoprirebbe, invece, la consapevolezza che solo nell’unione l’azione si rende possibile e sicuramente vittoriosa. (Ma anche a questa azione, si può osservare, solo ‘Ntoni sembra essersi fatto pronto).

È un problema, in definitiva, di date, di spostamento di prospettive storiche; per la situazione attuale il giudizio è fortemente dubbioso (se ne salva l’atteggiamento psicologico di ribellione, maturato e rafforzato attraverso una istruttiva esperienza fallimentare), per la situazione futura è fiducioso. Del che ci rende ragione la speranza che Visconti ripone nella nuova generazione, la sola cui forse potrà essere dato di sanare i più drammatici squilibri sociali. Nell’opera siciliana, infatti, l’unica figura che si riveli umana con ‘Ntoni anche nella sconfitta è proprio quella di Rosa, una bambina: « Se ti potissi aiutari iu… t’aiutassi », così lo conforta. E anche la piccola Maria, in Bellissima, non è mai contaminata, in virtù quasi d’una intima purezza morale, da quell’illusorio mondo di sogni che rischia di travolgere la stessa madre. Anche qui c’è una contrapposizione tra un mondo attuale e un più sano mondo probabile, che ci pare estremamente indicativo della visione poetica e sociale di Visconti.

Un nuovo individualismo, quindi, e se ne potrà tentare anche una definizione in chiave psicologica. Lo scopriremmo allora come un passaggio obbligato tra la fiducia più radicata, intollerante di ogni diminuzione e perplessità , ed una più esatta e sorvegliata aspettativa. Non pessimismo, quindi, come si potrebbe credere, proprio per quelle caute concessioni di fiducia di cui s’è già detto; ma neppure l’ottimismo emanante da un nuovo e passionale rivoluzionismo, che vorrebbe farsi utili complici, degradandoli a elementi di lotta, cultura e arte. Se Visconti ha un padrone, quest’è la storia; di essa fa propri  e cari gli ammonimenti, passati e presenti, per muoversi su di un piano storicamente esatto e ragionato, fuori e da ogni vaneggiamento personale e da ogni suggerimento preconcetto. (Ad esempio, una vittoria conclusiva di ‘Ntoni sarebbe risultata gratuita, o utopistica, perché il suo problema è irrisolvibile se non estendendolo a tutto il mondo sociale, di cui egli è prototipo più evoluto. E non v’è chi non veda come questo dramma economico, così estensivamente risonante, sia di lunga e complessa risoluzione. Invece il dramma tutto personale e limitato di Bellissima — “crisi di un personaggio”, l’ha definito Visconti — permetteva senz’altro una conclusione felice).

In tal modo il realismo — che, si badi bene, è un oculato atteggiamento dello spirito ancor prima che un raggiungimento estetico — non rompe in Visconti il suo essenziale equilibrio per l’urgere della pregiudiziale polemica. Il suo è, vale a dire, un realismo senza code, né soverchie specificazioni aggiuntive: proprio perché rifiuta di votarsi allo schema, che viola il sentimento per legarlo alle direttive e agli interessi contingenti di un gruppo. Anche i marxisti, sia pure per velate ammissioni debbono convenire che l’arte di Visconti — detta da qualcuno “arte per i futuri” — nulla concede al dogmatismo della produzione attuale da essi sostenuta o vagheggiata, per cui sembrano richiesti e bastanti solo la denuncia, la polemica, il documento di ogni malcostume, senza preoccupazioni di stile, né rispetto per l’uomo che è nell’artista. (Allora un critico marxista giudicherà inaccettabile, come si è letto, la chiusura del Cappotto di Lattuada, perché non realmente accadibile. Sfugge quindi a questo semplicismo critico il problema estetico, cioè la bruttezza di un ravvedimento del sindaco che è fastidiosamente moraleggiante e per di più banale — e tutto zavattiniano — dei surrealismi).

Visconti, invece, appartiene indiscutibilmente  al nostro tempo, che egli esamina e condanna senza opportunistici pietismi, anche se ne sembra prevedere un più sereno e disteso avvenire. Solo in questo senso Visconti è per i futuri, perché il suo vaticinio — o, meglio, il suo augurio — potrà essere comprovato solo da chi ci seguirà nel tempo. Questo, almeno, ci sembra il significato conclusivo di La terra trema.

Anche per Maddalena, la protagonista di Bellissima, c’è una riabilitazione sostanziale: ma attraverso un complesso non lieve di negazioni, attraverso una serie di pesanti condanne, che coinvolgono non solo il mondo cinematografico, ma altri ambienti, altre mentalità. Fu notato, e bene. che lo “schifo” intenso di Maddalena è una proiezione dello “schifo” personale di Visconti: di modo che ne verrebbe turbato l’equilibrio narrativo sino alle riflessioni verso il macchiettismo e il puramente caricaturale di certe figure, non giudicate con imparziale serenità. L’uomo Visconti, cioè, fuoriesce troppo avvertibilmente e con acida evidenza: ma forse pressanti stimoli di certo grottesco e distruttore vedere di Zavattini — suo collaboratore — possono assumersi buona parte dell’accusa. Ci preme comunque sottolineare che il negativismo di Visconti, se pure il termine gli si può  addire, non si confonde nel nichilismo più rassegnato e cinico. Perché Visconti, salvando ‘Ntoni, Maddalena, il marito, alla piccola Maria, ha in loro salvato e redento l’uomo.

Ma il residuo individualismo di Visconti trova la sua più logica attuazione nella struttura espressiva, meglio figurativa delle sue opere. Si è già detto che si tratta di una forma nuova per un contenuto di nuova umanità: chi la definirà spontanea, chi la chiarirà come la ricerca più prematura e tutta teorica di sfuggire all’arido schema del contenutismo, di stampo marxista, e al formalismo, di parto idealistico, in un logico contemperamento dei due elementi. Ci pare però di dover aggiungere che, dinanzi a situazioni ora immutabili, come sono quella sociale in La terra trema e quella ambientale in Bellissima — escludenti come tali ogni entusiasmo costruttivamente  epico, — non si poteva giustificare altra soluzione che quella individuale del lirismo, attuatasi in uno splendente figurativismo. Né ciò distoglie l’attenzione umana, che anzi riconosciamo intensa e, spesso, poeticamente manifestata, in Luchino Visconti.

Gianni Castellano
(Cinema, 30 ottobre 1953)

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