I parenti terribili di Jean Cocteau a Milano

Parenti terribili di Jean Cocteau, Milano 9 ottobre 1946

Terribile e spaventoso, tutto. Anzi spa-ven-to-so, dicono i personaggi. Terrore che però dà uno strano godimento. Solletica a fa fremere: piacere e dolore spinti assieme all’eccesso per masochismo. Questo è il dramma: che non s’innalza all’assurdo, ma sguazza nel grottesco, parodiandosi di continuo. Termina ad un letto di morto: ma è commedia. Cocteau stesso lo dice.

Vediamo dunque quale campo è stato preso d’assalto per simili manovre. La famiglia nella nostra società, con i suoi legami e il suo ferreo codice: turbata dall’esterno, per un intervento che la sconvolge e la distrugge. Una famiglia, anzi un « carrozzone », in preda a disordini caotici e avvilenti: appunto come l’hanno resa le pesanti strutture fra cui la si è voluta inchiodare.

(…)

Cocteau tace cause e conseguenze del conflitto drammatico, quindi rende puramente meccanica, tecnica, la progressione dei sentimenti. Nell’analisi degli istinti, non osa mettere a nudo le loro tragiche inibizioni. È evidente come sfugga e si nasconda all’irrompere di queste istanze, col facile paravento della teatralità: e nel suo comportamento sono racchiusi amaramente, pur in una loro brillante e ingannevole fantasmagoria, i mali dell’epoca, le sue abiezioni.

Nel ’45 avevo seguito e commentato il trionfale successo di Roma. Avevo posto molte riserve, di diverso genere, sulla qualità del lavoro, che poi avevo dovuto attenuare, in seguito a nuove riflessioni. Ma nel frattempo, e questo è il destino del teatro, la commedia si è avvizzita, probabilmente, oltre che un mutato stato d’animo degli spettatori, anche perché il nuovo repertorio francese che ora si va largamente introducendo da noi, appare non solo più violento e preciso, ma soprattutto, sovente genuino. Il successo naturalmente si è ripetuto, ma per quanto assai caloroso e entusiastico, non più trionfale.

Avevano colpito grandemente allora le qualità registiche di Visconti, alla loro prima e bella prova, come l’alto stile drammatico di Andreina Pagnani giunto qui a profondità ed a emozioni intime e frementi: a un parossismo sconvolto. Dicevo allora che la sua interpretazione era apparsa scavata, di infinite e angosciose sfumature, con l’estrema poesia della verità. Che l’attrice si era rivelata a sé stessa in un’altra, possedendo e dando una vita ogni volta. Come Visconti aveva scoperto in sé quell’ineguagliabile istinto, che è la nuova vita del palcoscenico; e un temperamento — come si dice nel gergo — un incisivo vigore ideologico, che avrebbero potuto offrire al nostro teatro un’altra e impetuosa partecipazione (come difatti è stato).

Dinanzi alla nuova prova, una chiara conferma. Si è posta maggiormente in risalto la compiuta e lucida coerenza dell’insieme e della sua guida: il ritmo pieno che muoveva lo spettacolo. Forse a volte questa continua vibrazione ha sconfinato in una certa carenza di sfumature, ha perso i necessari appigli psicologici. Ma solo quando il testo cedeva maggiormente ai suoi artifici.

Lola Braccini (Leo) ha avuta la composta e misteriosa decisione del suo personaggio: non sempre espressa compiutamente. Sandro Ruffini (Giorgio) ha dato una sommessa umanità alla sua figura. Lea Padovani (Maddalena), con impeto giovanile esternava l’ansito della passione: a volte non sorretta sufficientemente dai mezzi vocali e da una propria ricchezza di psicologia. L’interpretazione di Antonio Pierfederici (Mik), ha fatto sempre trasparire la commossa realtà del suo personaggio, porgendo sensazioni che hanno turbato e avvinto. Il respiro confuso dei suoi accenti, era spontanea effusione del dramma che viveva.

V. P. (Vito Pandolfi)
(I parenti terribili di Jean Cocteau al Teatro Odeon di Milano, il 9 ottobre 1946, Il Dramma, Milano, 15 ottobre 1946)

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