Roma, ottobre 1946

Questa, oltre che la presentazione del più importante complesso della stagione teatrale 1946-47, testè iniziatasi, è la storia di un’intervista mancata.

Come poteva del resto essere altrimenti? Durante i mesi della canicola, quando si sentivano soltanto voci disperate intorno al nostro teatro, incontravamo Luchino Visconti, Rina Morelli, Paolo Stoppa e compagni (diciamo compagni, amici insomma; è diventato difficile parlare dopo i monopoli dei termini) intorno al tavolo di colazione o della cena alle Stanze del Teatro, al circolo della gente di teatro, sopra all’Eliseo. Qui, crediamo, cominciò a prendere idea e poi contorni sempre più precisi la compagnia. Gli umori erano alti e bassi, come alte e basse erano le notizie. Non si fa, si fa? Passò l’angelo, e disse amen, la compagnia s’è fatta, S’è fatta, come vedete, nel migliore dei modi. Sette camicie ha sudato Visconti (ma senza farci caso, perché è fortissimo; sette ne ha sudato Stoppa (ma senza farci caso, troppo intento a camminare a denti stretti — vedi il suo sorriso — sulla strada meritoria che ha imboccato ormai da due anni; e perché, pur di andare avanti, sarebbe dispostissimo a regalare le sue robe ai poveri, e persino ai poveri di spirito che gli rimproverano di avere smesso i suoi mezzi più facili), in quanto alla Morelli, ella notoriamente non veste panni ma quintessenze e trasparenze e risorge dalle fatiche ogni mattina come Anteo dalla terra e Venere dalle acque.

Sia come sia, la compagnia s’è fatta. E cosa potevamo domandare noi, o i lettori attraverso noi, a Luchino Visconti, a Rina Morelli, o a Paolo Stoppa, che già non avessimo appreso alle Stanze? O che i lettori non potessero apprendere dal programma?

Ecco dunque il programma, a cominciare dal titolo:

Compagnia Italiana di Prosa, diretta da Luchino Visconti, Rina MorelliPaolo Stoppa con Mariella Lotti e Giorgio De Lullo, e la partecipazione straordinaria di Tatiana Pavlova, Memo Benassi, Daniela Palmer, Massimo Girotti, Antonio Crast, Augusto Mastrantoni, Marga Cella, Vittoria Benvenuti.

Repertorio italiano: Guido Piovene: I falsi redentori (Novità). Pietro Di Donato: Cristo fra i muratori (Novità). Franco Monicelli: Le Pleiadi (Novità). Giovanni Verga: Cavalleria Rusticana. Luigi Pirandello: L’uomo col fiore in bocca.

Repertorio straniero: Dostojewskj: Delitto e castigo (Riduzione Baty). Jean Paul Sartre: Le mosche (Novità). Lindsay e Crouse: Vita col padre (Novità). Tennessee Williams: Lo zoo di vetro (Novità). Jean Paul Sartre: I vincitori (Novità). Jean Cocteau: La macchina infernale (Novità). Jean Paul Sartre: La sgualdrina rispettosa (Novità). Agatha Christie: Dieci piccoli indiani (Novità). John Ford: Giovanni e Annabella. Enrico Ibsen: L’anitra selvatica. Alfredo De Musset: I capricci di Marianna. Alessandro Dumas: La signora dalle camelie (Riduzione musicale di Galdieri e Visconti).

I registi saranno, oltre il Visconti, Guerrieri, Pandolfi e Chiari.

Scene e costumi: Delitto e castigo, Chiari. Le mosche, Cristofanetti. Vita col padre, De Matteis.

Le scene e i costumi della Signora dalle camelie saranno di Christian Bérard.

Musiche originali di Roman Vlad e Renzo Rossellini per Le mosche e Delitto e castigo.

La signora Pavlova interpreterà: Le Mosche, Zoo du vetro, Macchina infernale.

Dopo di che risulterà pacifico che il lettore ravveduto, come appare subito chiaro all’inane intervistatore, che la compagnia Stoppa-Morelli se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Essa non c’era, e i tre amici l’hanno inventata, ecco tutto. L’uovo di Colombo.

Ora la parola è al sipario. In quanto a noi, affrettiamoci a segnalare un merito essenziale di questa formazione: esso si presenta con un programma preciso, omogeneo, ben caratterizzato anche nella sua varietà. Gran segno, quando si pensi alle precarie condizioni in cui versa la nostra organizzazione drammatica; quando si tenga in mente che il primo e addirittura pregiudiziale difetto del nostro teatro, è da ravvisare, come tante volte ci occorre fare, nella genericità e nel dilettantismo. Nessuno ignora infatti che esiste un dilettantismo dei professionisti, molto più maligno e molto meno innocuo di quello dei dilettanti di professione. E scusate il bisticcio.
(da film-rivista)