Come le foglie cinquantaquattro anni dopo

Come le foglie, Teatro Olimpia, Milano 1954

Intorno ad una commedia come questa Luchino Visconti si è messo al lavoro con quell’acume di indagine che lo guida, e con palese intendimento di critica revisione. L’Ottocento italiano è stato da lui recentemente trattato nel film Senso si sa con quale capovolgente analisi di valori.

La tentazione gli deve essere venuta anche per Giacosa, visto che c’era. Intanto al primo atto decadenza, sfacelo sia: di qui una scena  a cattedrale nella quale fan combinate manovre facchini, servi e personaggi. Vere le valigie (dell’epoca), veri i divani e pittoriche certe presenze contro gli stipiti delle porte. Solo e pertinente invenzione registica il fluttuare delle veline, abbandonate per terra, che segue i personaggi. Sembra che Visconti abbia inteso far vegliare ad un ambiente di strutture nobilesche il decadere della borghesia. Ha volto poi i personaggi a sue particolari intenzioni. Padre Rosani non è il sordo e sciocco esponente di un ceto: è un padre di testa corta e di cuore largo. Fa il tipo a sé, senza investirne altri. Costringerlo a rientrare nell’alveo di provenienza, può significare astrarlo da quanto gli è particolarmente proprio, umano. Per la matrigna, Visconti non cela una sua disturbata simpatia: ha i suoi momenti di coraggio, di lievito femminile: è stordita, ma donna è. Fa fare il murmure, il nostro regista, a Massimo; un Massimo appiattito, sperduto fra gli asserti che deve pronunciare; e senza perentorietà. I vizi davanti ai quali si trova il gagliardo personaggio hanno da parte sua un commento sottovoce. Tommy e Nennele sono lavorati meglio, con più penetrativa e finezza: disossato, smorfioso il primo, tesa, brividata dall’isteria la ragazza.

Si compongono tutti, nel concertato continuo, di una recitazione sommessa, passata, che si arricchisce all’esterno di variazioni, significanze, che continuamente si oggettivizza. La commedia patisce di questi geniali estri. Nata rozza, effusiva, mal sopporta gli abbellimenti, le stravaganze. Né si può scavarla molto senza scomporne l’unità, l’interezza. Il suo linguaggio bonario, senza alte risonanze (una sola grande battuta c’è « Non ho capito ») non può essere indotto ad andamenti cecoviani: se ne scoprono le scorie, le terrosità allora. Eppure si sono snaturate le cadenze, tralasciando quella che è la componente filologica di quelle frasi, la loro intensità espressiva. Fare questo per a critica del costume non è neppure ubbidire ad un proposito, ad una idea di maggiore portata, è solo compromettere il teatro.

Come vedete siamo partiti da Giacosa e siamo arrivati a Luchino Visconti, quasi che i personaggi fossero i suoi, se ne fosse lui appropriato. Un po’ è così ed è curioso che circolino voci secondo le quali, proprio Luchino Visconti, in più di quattro milioni per la regia, avrebbe il dieci per cento sugli incassi. Indubbiamente chiacchiere, dicerie di attori esclusi dalle recite.

Vittorio Vecchi
(tratto da Il dramma, 15 novembre 1954)