Al Festival di Venezia: Un paese recita in siciliano

La terra trema regia di Luchino Visconti

Venezia, 2 settembre 1948 (notte)

Luchino Visconti ha finalmente presentato La terra trema, il film più atteso del Festival, una storia di pescatori siciliani, ma, in fondo, la storia di tutti i diseredati del mare: film lunghissimo di cui la riarsa natura, stupendamente descritta, e le vicende della vela, dell’amo, della rete, sono e rimangono i veri protagonisti. E qui si potrebbe richiamarsi all’Uomo di Aran se la compattezza del racconto-documento non fosse retta da altre intenzioni, per cui la prima superba impostazione corale si esemplifica, sì, nella storia di una sola famiglia, ma distaccandosi e restringendo l’orizzonte.

Altre intenzioni e altre variazioni nuocciono al film: una soprattutto, estremamente letteraria, che è quella della voce intenta a spiegarci e commentarci le cose, in maniera del tutto superflua. Ciò che immagini e azioni non ci sapessero fare sentire, non potrebbe essere sostituito da spiegazioni di sorta: questo è chiaro, e il fastidioso particolare resta un arbitrio e una improprietà del racconto, e sottolinea più del giusto la sua tesi polemica, che, servita da mezzi solamente artistici, ne avrebbe certo guadagnato.

Ma affrettarsi a enumerare i difetti del film è ingiusto, quando la descrizione spoglia, scabra, amara, di un ambiente fra i più difficili, perché pronto a diventare facilissimo, la bellezza e il significato delle scene di insieme, il riserbo e il pudore di quelle intime, danno alla Terra trema un carattere indimenticabile, a cui contribuisce assai la bellezza davvero insolita della fotografia, che ha parlato un linguaggio nuovo. La descrizione della casa dei protagonisti, fatta un po’ per volta, attraverso momenti diversi, le donne che in un’alba tempestosa attendono la barca, la scena del mercato, la corsa dei due innamorati dagli oliveti alla scogliera, la flotta delle «lampare», e tutto quell’odore di pesce e di salso, attaccato quasi visibilmente ai vestiti e alla case, com’è visibile il sole calcificato sui muretti e nelle corti, sono le vere qualità di questo film; e sbaglierebbe chi credesse trattarsi di qualità marginali, come forse ha creduto il regista stesso. Purtroppo il film fuorviato da preoccupazioni politiche  non ha raggiunto quella essenzialità e unità drammatiche, capaci di amalgamare i vari motivi e che ne avrebbero fatto una grande opera.

Il soggetto, semplicissimo, è la storia di una famiglia di pescatori, che vuole affrancarsi dallo sfruttamento dei padroni delle barche e dei grossisti di pesce.

Il ‘Ntoni, il figliolo più audace, ipoteca una casa per comprare una barca e lavorare in proprio. Dopo una prima fuggevole fortuna, le cose precipitano: una tempesta distrugge la barca, la casa va all’incanto, l’intera famiglia abbandona la sua dimora secolare e si dissolve poco a poco con la partenza del fratello più giovane, Cola, ingaggiato da un misterioso forestiero, con la perdizione di una sorella, che si dà alla vita facile, e la rinuncia dell’altra sorella a maritarsi. Affamato, inutilmente in cerca di lavoro, in mezzo all’ostilità di tutto il paese che ormai lo deride, il ‘Ntoni si dà all’osteria, ma poi si ravvede. Ricomincerà da capo e tornerà a lavorare per gli altri. Ci sono i piccoli e per loro, forse, l’avvenire sarà migliore.

Com’è noto, l’intero paese di Acitrezza ha recitato per Luchino Visconti e in realtà ha recitato con la perfezione del vero; in siciliano, purtroppo, un siciliano saporito e incomprensibile, ma un collega faceva da interprete.

M. Cattaneo
(Il Mattino dell’Italia Centrale)