Luchino Visconti: “La mia fama di tiranno è una leggenda”

Luchino Visconti

Al fianco de Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, Luchino Visconti è all’avanguardia del cinema italiano, tra la colorita pattuglia dei registi, discussi e geniali, che indirizzano i gusti del pubblico, creano le mode e impongono i divi. Attori come Romy Schneider, Alain Delon, Renato Salvatori e Annie Girardot sono ormai legati al nome di Visconti non meno dei suoi film

Settembre 1962

Per lei è più importante che un attore sappia recitare o che aderisca fisicamente al personaggio?

Naturalmente stiamo parlando di cinema e non di teatro in cui le qualità personali di un attore sono determinanti ai fini del successo o dell’insuccesso di uno spettacolo. Nel cinema è diverso. Quello che conta nella lavorazione di un film è stabilire un certo clima che corrisponda storicamente e psicologicamente al clima originale dove l’azione si è svolta o nella realtà (se i fatti narrati sono veramente accaduti) o nell’immaginazione dell’autore (se il film è ispirato a un’opera letteraria). Se il regista riesce a creare questo clima, poco a poco tutti i componenti della troupe ne restano come imprigionati e l’identificazione fra attore e personaggio avviene in modo spontaneo, quasi inconscio, fino a determinare delle rispondenze fisiche che, al momento di formare il cast, erano sfuggite allo stesso occhio esperto del regista. Quando si raggiunge questo stato di grazia, tutti gli attori sanno recitare come tutti i tecnici sanno dosare una luce, orientare un’inquadratura, equilibrare dei contrasti. È un fatto di sincronia, d’orchestrazione, dove i virtuosismi individuali hanno modo di imporsi solo sul ritmo di una armonia cui tutti partecipano.

Fra tutti gli attori non professionisti da lei scoperti, quali sono quelli che le hanno dato maggiori soddisfazioni?

Tutti i pescatori siciliani che hanno interpretato La terra trema si sono dimostrati di una bravura eccezionale, assai superiore alle mie previsioni. Naturalmente può aver giovato il fatto che essi lavoravano nel loro clima, con ruoli che hanno sempre sostenuto nella vita, con problemi legati allo loro esistenza e alla loro fatica e alle loro tradizioni secolari.  In ogni modo è già un merito che abbiano mantenuti intatti questi valori restando isolati nel loro mondo invece di lasciarsi travolgere dalla nostra intrusione e frastornare dai facili miraggi che un’esperienza del genere avrebbe potuto suscitare. Tanto è vero che nessuno di loro ha mai tentato di accostarsi di nuovo al cinema. In secondo luogo vorrei citare la bambina che ha interpretato Bellissima come figlia di Anna Magnani. Altra esperienza positiva al di là di ogni previsione perché si trattava di una creatura sensibile e istintiva che ha dato un’impronta inconfondibile al personaggio. E infine, vorrei parlare di Renato Salvatori che in un certo senso ho riscoperto dopo la serie “Poveri ma belli” e al quale ho dato una nuova dignità d’attore.

In genere, le attrici hanno più facilità degli attori a identificarsi con i loro personaggi?

Personalmente non mi risulta. Quando io inizio la lavorazione di un film tutti gli attori, uomini e donne, sono già immedesimati nelle rispettive parti. Per esperienza indiretta potrei concludere il contrario. Gli attori, in genere, sono più malleabili delle loro colleghe e, una volta “calati” nel personaggio, lo sostengono coerentemente dal principio alla fine. Molte attrici, invece, si lasciano spesso deviare dalla parte di contorno, da ciò che accade ai margini del set: il ritardo nella consegna di un costume, l’ordine delle precedenze nell’assegnazione del camerino, il battage pubblicitario. Le attrici, inoltre, sono più legate al ruolo che hanno assunto nella vita privata perché questo ruolo ha contorni ben precisi e comporta già in se stesso un impegno di finzione: la materna, la capricciosa, la vamp, la donna di classe, la minorenne scatenata. La fisionomia privata di un attore è molto più confusa, e questo comporta una maggiore disinvoltura nell’assumere i caratteri di un personaggio.

La personalità, e quindi i gusti e le opinioni di un attore, possono influire sul suo lavoro di regista? E in quale misura?

Secondo i rapporti di amicizia e di stima fra me e l’attore. Se questi rapporti esistono, essi proseguono inalterati anche al di fuori del palcoscenico o del teatro di posa, e si esprimono in discussioni e polemiche di carattere professionale. È logico che in questi colloqui  emergano delle idee nuove, scaturite dal comune interesse per un lavoro che appassiona, e che queste idee  finiscano per aprire nuove prospettive alla mia  attività di regista.

In Boccaccio ’70, Romy Schneider è talmente a suo agio nel personaggio di giovane signora ricca e sofisticata da poter escludere che un’altra attrice, al suo posto, sarebbe stata altrettanto efficace. Da cosa dipende: da un’eccezionale bravura o dal fatto che Romy è esattamente così anche nella vita?

Da entrambi i motivi: Romy è una bravissima attrice e, per coincidenza, somiglia molto alla protagonista del racconto che ha ispirato il mio episodio. Tanto è vero che ho scelto lei e non un’altra. Ma c’è di più. La parte le era così congeniale che ho gradualmente accentuato il personaggio arricchendolo di nuove sfumature tanto nella rappresentazione visiva quanto nelle battute del copione. Per esempio, l’eleganza di Romy ha finito per imporsi sulle stesse esigenze della sceneggiatura: lei veste esclusivamente Chanel e il suo personaggio non poteva vestire che Chanel. Se Romy è a suo agio in un ambiente raffinatissimo come quello dove si svolge l’azione, può dipendere dal fatto che ella vive abitualmente in ambienti simili. Se si armonizza così bene a certi sfondi preziosi (ad esempio: i busti classici contro il “sacco” di Burri) è perché questi preziosismi è in grado di apprezzarli. Tanto è vero che io, quando vado a Parigi, mi lascio spesso guidare da lei nei saloni degli antiquari e la vedo scegliere con gusto sicuro il pezzo raro dall’abile imitazione, il quadro autentico dalla copia fedele.

Quale difetto la irrita maggiormente in un attore?

La distrazione. Perché porta fuori dal personaggio e non riesce a far amare, ad approfondire la parte che si sta recitando o, meglio, vivendo. Un buon attore, quando è immedesimato nel suo ruolo, non deve neppure avvertire fatti e sensazioni che siano estranei al motivo dominante della storia nella quale è impegnato. Niente che non sia funzionale e organicamente legato alla storia stessa può interferire nella vita di un attore per tutto il ciclo di lavorazione del film. In questo senso i due interpreti ideali sono Rina Morelli e Paolo Stoppa. Il loro lavoro non conosce distrazioni. Può capitare piuttosto che nella vita privata essi ripetano frasi e atteggiamenti di certi loro personaggi, dei quali non riescono facilmente a distaccarsi nemmeno dopo aver terminato il film.

È importante che il protagonista e la sua partner impegnati in una storia d’amore abbiano realmente fra loro dei rapporti sentimentali?

Il fatto non è determinante, ma può agevolare il lavoro del regista introducendo subito i due attori in un clima di verità. Ho fatto questa esperienza con Annie Girardot e Renato Salvatori quanto stavo realizzando Rocco e i suoi fratelli. Renato e Annie si erano innamorati proprio in quel periodo e devo riconoscere che le loro scene d’amore erano di una spontaneità impressionante. Ma avrei raggiunto lo stesso risultato con altri mezzi, non esclusa la pazienza, perché si trattava di due autentici attori.

Quali caratteristiche fisiche s’impongono nei volti di queste tre attrici: Alida Valli, Romy Schneider e Claudia Cardinale?

In Alida Valli: la patetica bellezza. In Romy Schneider: l’espressione arguta e maliziosa e quella patina inconfondibile che distingue una vera donna di classe. In Claudia Cardinale: la freschezza, lo splendore degli occhi e la straordinaria duttilità dei lineamenti.

Quali attori ritiene di aver valorizzato?

Tutti quelli che hanno lavorato con me. Perché tutti hanno subito sotto la mia guida delle radicali trasformazioni fino a superare quella specie di cliché che aveva caratterizzato i loro ruoli precedenti. Posso fare degli esempio. Clara Calamai rinuncia alla sua bellezza provocante, levigata, di Ettore Fieramosca e de La cene delle beffe e diventa protagonista di Ossessione. Farley Granger, il bel ragazzone atletico di certi film americani ambientati negli stadi o nel mondo mitologico made in USA, interpreta Senso. Alain Delon esce dalla schiera della “nouvelle vague” e diventa il timido, aspro emigrante calabrese di Rocco e i suoi fratelli. Burt Lancaster lascia Hollywood, e con Hollywood il suo fortunatissimo ruolo di “duro” spericolato eroe dello schermo, per impersonare il principe di Salina nel Gattopardo.

Perché molto spesso i bravi attori di prosa, utilizzati nel cinema, finiscono per dare delle prove deludenti?

Perché sono male impiegati. Perché il soggetto non presenta tali elementi d’interesse da impegnare a fondo la loro partecipazione. Perché la sceneggiatura è scialba, incolore. Perché il personaggio non è ben costruito. Ma sopratutto perché il regista non è in grado di sfruttare le loro vere possibilità. Capita a volte di vedere dei film scadenti interpretati da bravi attori. Attrici venute dal teatro come Bette Davis e Katharine Hepburn, Ingrid Bergman, hanno partecipato a brutti film in cui tuttavia emergeva, come da un naufragio, la loro mirabile interpretazione. Questo dimostra che, se un attore ha del talento, riesce sempre a vincere la banalità della trama e perfino l’inconsistenza del personaggio. Purché il regista sia dalla sua parte e riesca a stabilire un reciproco affiatamento al di fuori del clima falso del film.

Lei è accusato di spendere somme favolose e di avanzare pretese eccezionali con i produttori ogni volta che deve realizzare un film. L’accusa è giusta o infondata?

È giusta. Giustissima. I miei contrasti con i produttori sono fatti noti a tutto il mondo teatrale e cinematografico. È altrettanto noto, però, che dopo una chiarificazione pacata da gente civile, è sempre emerso che la ragione era dalla parte mia. Tanto è vero che continuo a fare film con gli stessi mezzi e le stesse pretese.

Perché gli attori, pur essendo lusingatissimi di lavorare con lei, si sentono intimiditi e sconcertati dalla sua fama di regista terribile?

La mia fama di tiranno è più una leggenda che una realtà. Io lavoro sul serio e pretendo che gli altri lavorino sul serio: tutto qui.

Ritiene che sia importante, per il successo di un attore saper reclamizzare la sua vita privata, i flirt e gli scaldaletti mondani?

Entro i limiti ragionevoli, sì. Oltre questi limiti l’interesse del pubblico si trasforma in morbosità e subito dopo in insofferenza, stanchezza. A questo punto non è più possibile un rilancio perché il pubblico ha buona memoria. E poi, tutto lascia prevedere che i fenomeno del divismo sia in fase di liquidazione.

a cura di Noemi Lucarelli
(Novella)