Luchino Visconti il falso arrabbiato

Luchino Visconti 1962

“Terribile” è l’aggettivo che accompagna sul “set” il regista milanese. Ma si tratta di una fama usurpata: chi lo incontra nella raffinata cornice della sua villa romana si trova di fronte a un uomo aristocratico e cortese che, per mettere a proprio agio gli ospiti, è capace di regalare loro un gatto

Roma, novembre 1962

Siamo seduti uno davanti all’altra e pensiamo la stessa cosa. Lo so, perché più o meno ce lo siamo anche detti, sia pure con perifrasi. Lui pensa che l’hanno intervistato centinaia di volte e che non ha più niente di nuovo da dire. Io penso che l’hanno intervistato centinaia di volte e che non ha più niente di nuovo da dire. Sorridiamo, garbati. Io sfioro con la punta delle dita certi cuscini ricamati a perline di tutt’i colori e lui spiega che gli sono serviti per Senso, io rispondo che i cuscini mi piacciono, ma che il film non mi dice nulla perché non l’ho visto, del resto non ne ho visto nessuno, dei suoi film, tranne Rocco e i suoi fratelli, che a sentire quel che dice Germi non è neppure un film “viscontiniano” ma potrebbe, invece, essere un film “germiano”.

« Esca subito! — dice Visconti con voce fredda e dura, — Se ne vada. Si può sapere chi le ha aperto la porta? ».
Sto per dirgli che la porta me l’ha aperta il suo maggiordomo, e che avevamo un regolare appuntamento e che non è bello trattare così gli ospiti anche se non vanno al cinema, ma poi scopro che non sta parlando con me: sta parlando con un cane, un levriero afgano dal muso rosso e marrone, puntuto, demoniaco. Se i cani possono figurarsi un diavolo a loro immagine e somiglianza, questo è certo il diavolo.
« Perché dà del lei ai cani? ».
« Quando li sgrido preferisco trattarli con il lei. Mantiene le distanze »
Arriva il maggiordomo, porta via il cane che oramai è stato perdonato e che, perciò, può anche essere salutato con un “ciao Nano” abbastanza confidenziale, e Visconti si riadagia nella poltrona spiegando che il levriero ha un nome afgano difficile, un nome di pedigree inutile perché tanto lui chiama tutti Nano, siano cani, gatti, pappagalli, tartarughe, topi d’India eccetera, basta mantenere le distanze perché non se ne approfittino, e un po’ di “lei” messo al punto giusto è sufficiente.

È seduto in una poltrona del Settecento, porta un golf di cachemire beige, una giacca di cachemire grigio-fumo, appoggia i mocassini su un tappeto Kerouan avorio nero così grande che ricopre il pavimento come una moquette, e la sua famosa casa che la gente cerca inutilmente di ricopiare gli è tutta intorno e lo avvolge al punto che non si capisce più dove finisca lui e incominciano le ceramiche inglesi, dove finiscano i Guttuso e incomincia lui. Qua e là, a pezzi, ritrovo le case di tanta gente che conosco: ecco le abat-jour che una certa attrice ha tentato di far rifare, ecco il divano che è a casa di un certo giornalista, ecco la vetrina coi tori che ho rivisto da un certo produttore. Solo che, qui, tutto è originale e levigato da secoli di convivenza di giade con velluti, di quadri con argenterie, di tappeti con gatti persiani. Per copiare una casa come questa, con quel patio pieno d’alberi là fuori dove qualcuno ha messo perfino una rosa rossa appena colta dentro una fontana di basalto, ci vorrebbero tre quattro secoli e i miliardi di un paio di industrie pesanti mescolati con il gusto di qualche principe di sangue reale.
« Lascerò questa casa — dice Visconti — non mi va più di stare qui. Voglio andarmene in campagna. La venderò. Potranno ricavare qualche appartamento. Sì, d’accordo, forse la sciuperanno. Ma che importa, io ho bisogno di andare fuori, a respirare aria pulita ».
In campagna avrà finalmente decine di gatti, di cani, di pappagalli, di tartarughe, di cavalli, insomma, di tutti i Nani che gli servono per non sentirsi troppo solo con gli esseri umani che gli piacciono, sì, ma fino a un certo punto, perché alla fine preferisce sempre gli animali. Del resto, dice, se ha imparato a conoscere gli uomini è perché ha tanto frequentato i cavalli.
« Ma — dico — i cavalli non sono stupidi? ».
« I cavalli stupidi? Chi le ha detto questa cosa cretina? ».
« Me l’hanno detta i fratelli D’Inzeo. Mi hanno detto che i cavalli hanno molto intuito ma sono stupidi ».
« Dica ai fratelli D’Inzeo che… no, lasci perdere, non gli dica nulla. Ma si tolga quest’idea dalla mente ».
Nella sua casa di campagna, insieme con i Nani, Visconti avrà molti dischi e soprattutto molti libri. Se è vero, come dice Mario Soldati, che i registi italiani di dividono in due categorie, quelli che hanno letto I promessi sposi e quelli che non l’hanno letto, Visconti appartiene a una categoria speciale, straordinaria, perché lui I promessi sposi l’avrà letto almeno sette o otto volte, insieme con tanti altri libri. Difatti, nella sua biblioteca, le pagine dei volumi sono tutte tagliate, e questo non m’era mai capitato di constatarlo a casa di nessuno, neppure degli scrittori più famosi, che al massimo, per figurare, si comperano la collezione della Pléiade che fa molto “colto”, molto “chic” e molto “arredamento” e non ha bisogno di tagliacarte, ma dimenticano di eliminare almeno Shakespeare o Poe che sono tradotti dall’inglese e si potrebbero comperare addirittura in italiano.

Suonano alla porta, entra Tomas Milian. Visconti fa le presentazioni, spiega che Milian è il partner della Schneider nell’episodio di Boccaccio ’70 e io dico che per caso quel film l’ho visto e me lo ricordo benissimo. Milian è il contino inguaiato con le squillo, sposato alla ricca ereditiera tedesca. Ora però ha i capelli ancora più lunghi e più chiari perché sta girando un film e poi oggi ha una strana aria perché, dice, ha bevuto ed è proprio allegro, così si sdraia su un divano e si mette a dormire mentre io sento il dovere di incominciare a parlare di cinema. Va bene che non so niente, ma forse proprio per questo avrò molte cose da chiedere. Perché, qualche rara volta, mi capita anche di andare a vedere un film, e magari mi trovo davanti una cosa come L’eclisse, non ci capisco nulla, esco con lo “choc da cinema” e decido di non tornarci per qualche anno. « E allora comincio a domandarmi se è giusto fare i film che non si capiscono, e che la gente non… ».
« No — dice Visconti, — non è giusto. Io fino a L’avventura e La notte, ho seguito volentieri Antonioni, ma di fronte all’Eclisse ho detto no. Mi piacciono i film chiari, lineari. Io almeno, cerco di farli così, e vorrei che scomparissero tutti i Mariembad che ci hanno afflitto negli ultimi anni. Del resto Resnais sta già preparando qualcosa di diverso. Per me un film dev’essere il prodotto di un buon artigianato, mi piacciono le cose fatte come si deve, senza ballamenti, tagli, licenze, sole in macchina. Mi piacciono le belle foto, i bei tagli, i contenuti concreti. Negli ultimi tempi c’è stata troppa moda dilettantesca. La gente scende dal droghiere, compra una pellicola e decide di fare un film. È come prendere una matita e buttar giù qualche appunto. Non è questo, il cinema ».
(…)
« Nella storia del cinema — dice Visconti — i migliori esempi sono esempi di chiarezza e di concretezza. Pensi a Chaplin, alla sua semplicità: con lui non si sente mai che esiste la macchina da presa. Certo, il cinema è in continua evoluzione, ha le sue crisi di crescenza, i suoi eccessi, ma a me sembra che da questa crisi si stia uscendo, si torna all’approfondimento dei valori, dei contenuti. Ne sentiamo il bisogno tutti: è necessario in sede artistica, è necessario per il pubblico, è indispensabile per i produttori. Se uno ha in mente una storia oscura, che la gente non capisce e che forse, alla fine, non capisce nemmeno lui, si chiuda in camera e se la racconti davanti allo specchio, finché sarà riuscito a chiarirsela. Che ne dici Tomas? ».
Tomas ha aperto gli occhi, si è tirato un po’ su, e ora è immerso nella contemplazione di un grande quadro di Guttuso.
« Eh? — dice. — Cosa? Questo quadro è bello. Perché non lo tagli? ».
« Me l’ha regalato Burt Lancaster quando abbiamo finito di girare Il Gattopardo. Perché lo dovrei tagliare? ».
« Per farcene quattro, guarda, sarebbe molto meglio ».
Milian sta già organizzando la pertenogenesi del Guttuso: qui tre quadretti con la sequenza di un incontro di pugilato, qui un gruppo di facce, qui due boxeur formato grande.
« A me sembra che sia bello così » dice Visconti, serio, e Milian torna a sdraiarsi sul divano, di nuovo insonnolito.
« E poi — continua Visconti come se l’episodio del quadro fosse chiuso tra parentesi, — il film è già troppo in balìa di fatti tecnici, che rischiano continuamente di cambiarlo, di renderlo un’altra cosa. La personalità dell’artista finisce per contare fino a un certo punto, figuriamoci cosa succede se uno già in partenza si affida ai possibilismi della nouvelle vague ».
Visconti ha la fama d’essere duro, esigente, di pretendere troppo da tutti, di volere la luna. Il suo aiuto, Rinaldo Ricci, dice che Visconti vuole, sì, la luna, ma la vuole due mesi prima, pianificata. Non la pretende mai da un minuto all’altro, e tutti sanno fin dal principio quale tipo di luna vorrà. Se accettano, vuol dire che sono d’accordo, e allora perché dopo si lamentano?
« Io — dice Visconti — sono un angelo ».
« Un angelo? — sussulta Tomas. — Mica tanto ».
« Va bene, va bene, sono un po’ esigente. Ma pensate cosa può essere avere in mano una baracca, per esempio, come Il Gattopardo. Bisogna continuamente stringere viti, perché le impalcature non si mettano a cigolare. E ci sono i tipi di vite da prendere dolcemente, da girare con garbo, senza dare nell’occhio. Mentre alcune viti, invece, hanno bisogno d’essere strizzate con le tenaglie. Le viti, voglio dire gli uomini, vanno capiti ».

(segue…)