Palcoscenico di Milano: La via del tabacco

La via del tabacco, Milano 1945

Milano, dicembre 1945. La rappresentazione della Via del tabacco di Erskine Caldwell costituisce di per sé un’alta benemerenza per la compagnia di Laura Adani.

Premesso questo, vediamo insieme le ragioni di tale merito.

Il fatto che il lavoro ha avuto più di 3200 rappresentazioni in America (uno dei più importanti successi di questi ultimi anni) non è — in sé e per sé — decisamente probativo per un analogo trionfo italiano.

Infatti noi comprendiamo benissimo come La via del tabacco possa risultare — nella sua primitiva brutalità, nella sua barbara morbosità — piuttosto lontana dal gusto e dalla sensibilità del nostro pubblico.

Ma quale pubblico?

Un pubblico da una parte letterariamente ineducato che non gusta proprio la stesura del testo di Caldwell, o dall’altra storicamente inadeguato ad affrontare i quesiti e le denunce sociali della Via del tabacco.

Che il lavoro sia qua e là forse eccessivo per un nostro innato buon senso, possiamo riconoscerlo, come possiamo consentire che il romanzo originale ambientava l’azione assai meglio del dramma, forse troppo statico in certe zone e quindi non ricco di quel mordente scenico che è indispensabile ad ogni vera opera di teatro.

E queste riserve che qualsiasi persona educata e intelligente può fare in sede critica senza particolare sforzo di meningi. Ma quando si constatano critici e spettatori i quali decantano l’immoralità del lavoro, e tornano ad esaltare la “nostra sana razza”, il “profondo spirito di onestà che è alla base dell’anima italiana”, “l’inutilità di portar sulla scena una miseria e un primitivismo che urtano”, il tutto col corollario che “da noi queste cosa non accadono”, allora vien fatto di pensare che l’autarchia e la battaglia del grano, con l’indimenticabile duce che mieteva cinque ore a torso nudo, fra le massaie rurali sane e laboriose, siano non soltanto un ricordo, ma una nostalgia, sia pur involontaria, di tanta gente.

La mentalità tipicamente feudale dell’italiano, così lontana da un profondo sentito amore per il prossimo, mentalità portata più alla carità e all’obolo borghese che non ad una reale fraternità umana, mentalità della “mancia”, mentalità del “tu” ai parrucchieri, ai vetturini e ai portabagagli, è sempre restia a porsi certi sanguinanti problemi, come quello dell’amara e desolata esistenza che i contadini della Via del tabacco, abbandonati dalle città ed esclusi da ogni consorzio civile, sono costretti a trascinare con ritmica monotonia che alla fine diventa esasperazione. E poi, anche sul terreno dell’oggettività dell’argomento, sono giustificate le reazioni di un pubblico che ammette ancora l’esistenza, da noi, in casa nostra, di certe zone sicule, calabresi e lucane, dove gli uomini vivono in caverne o, peggio ancora, dei cosiddetti “scemi” della Val d’Aosta, in cui è facile trovare persone che dormono a 10 in una stanza, nonché famiglie ufficialmente incestuose?

Parliamo chiaro, o amici; non abbiamo degli esempi, proprio noi italiani, purtroppo assai  vicini, di completo primitivismo? Quel primitivismo che ha ripugnato ad alcuni in Caldwell, quando questi alcuni si sono fermati alla superficie e non hanno intravisto l’alta denuncia e condanna che Caldwell pone in ogni parola, in ogni gesto di queste sue creature, nelle quali, d’altra parte, è trasfusa pure una larga umanità, più candida, più innocente, più disinvolta della nostra, ma umanità essa pure.

Non facciamo quindi né i puritani, ne facciamo “i sani” di recente conio: se non ci sentiamo, per ragioni anche plausibili, di abbracciare la morale di Caldwell, consideriamo almeno civilmente, seriamente, come un alto documento, questa Via del tabacco, opera che, comunque, s’impone, se non alla nostra ammirazione, al nostro vivissimo e rispettoso interesse.

Ecco perché Laura Adani ha diritto al nostro “grazie”, grazie che noi qui le significhiamo di cuore: perché, ad un dato momento, il teatro non è soltanto “emozione immediata”, ma anche aspetto di civiltà, mezzo di conoscenza.

Luchino Visconti ci ha confermato con questo spettacolo di essere uno dei pochi registi completi ed esportabili.

La perizia minuta, l’amore del particolare col quale egli ha curato la realizzazione del lavoro, l’analisi acutissima che egli ha posto nella “resa” finta ogni battuta e di ogni gesto, ci hanno convinti della sua indubbia classe di regista.

Alle prese col testo, che in fondo è realistico, Visconti aveva due vie in fatto di interpretazione: o stare sul realismo, col pericolo di finire nei toscanesismi folcloristici di moda e di “trasformare” La via del tabacco in un dramma rusticano; o trasportare il lavoro su un piano intellettuale, in ciò seguendo anche un proprio particolare istinto e una propria educazione culturale.

Ovviamente lo spirito raffinato e decadente con cui il lavoro è stato risolto, l’ha svuotato un po’ della sua polemica sociale, ma francamente non sapremmo come Luchino avrebbe potuto fare altrimenti.

Collaboratori attivamente partecipi, generosi, entusiasti, animati da una straordinaria volontà di vittoria e da una bella fiducia nell’opera gli sono stati tutti gli attori, da Laura Adani a Carraro, da Calindri alla Seripa a Gassmann, alla Ferro, al Battistella, alla Mari.

Battezzata clamorosamente a Milano, La via del tabacco comincia ora la sua vita, in giro per l’Italia: amici di Venezia, di Torino, di Roma, che l’ascolterete, vedete di udirla con lo spirito cui abbiamo accennato.

Paolo Grassi
(Cinetempo)