Rocco e i suoi fratelli

Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti

(…) Al cinema, è bello che le persone e le cose parlino da sole, ubbidiscano il meno possibile alle preordinate leggi di una convenzione scenica e narrativa: di solito Visconti in ciò eccelle, e il singolarissimo senso di pienezza datoci dalle sue cose migliori nasceva proprio da lì, dall’immensa generosità con cui il regista si nutriva delle cose del mondo e ce le mostrava quasi rinnovate dal suo tocco, senza bisogno di imbonimenti. In Rocco tale felice situazione espressiva si avvera solo a tratti, si manifesta soprattutto nei rapporti tra fratelli, nella descrizione di una Milano minore ignota ai più, nello studio degli ambienti pugilistici di seconda e terza classe; ogni tanto poi si hanno improvvise aperture, ci si sente alle soglie dell’arte maggiore, quando si accennano i temi base della grande narrazione, quando la vicenda dei fratelli amici-nemici si snoda e prende tono e respiro e larghezza, con una grandiosità addirittura biblica che, a quanto sappiamo, presso di noi non ha precedenti. Rocco il santo e Simone la bestia rimangono però  due termini antitetici troppo appariscenti e non abbastanza sviluppati, anche se nel finale del film Ciro dice: « Simone è un malato che avvelena tutto. Ha seminato odio e disordine nella nostra casa… Rocco è un santo. Ma nel mondo in cui viviamo, nella società che gli uomini hanno creato, non c’è più posto per i santi come lui. La loro pietà provoca dei disastri ». Il concetto è molto chiaro anche se il linguaggio resta troppo letterario: la società d’oggi rifiuta l’istinto, l’anarchia, l’individualità sfrenata, sia nel bene che nel male; è necessario inserirsi nel mondo, per operarvi e per migliorarlo. Ciò non toglie però che, dal punto di vista dell’arte, la sintesi delle opposte posizioni qui sia troppo enunciata, e troppo rapidamente.

In tutto il film abbiamo seguito le vicende di Rocco e di Simone: come può bastarci ora, per superarle, udire qualche battuta, bellissima in sé, ma « detta » dal personaggio, non suggerita dai fatti, dagli oggetti, dai volti, dalla nostra coscienza stessa di spettatori? Qui, al nostro avviso, è veramente la più grave lacuna del film. Sappiamo che Rocco è solo la prima parte di un discorso (o la seconda, se vogliamo, dopo La terra trema), e che in una prossima opera Visconti vorrebbe indagare la sorte di Ciro e di Luca, o di qualcuno che loro assomigli: ciò non toglie tuttavia che il messaggio del regista appaia incompleto. Rocco in ogni modo va visto e studiato, Rocco, sia pure a tratti, ci narra cose indimenticabili e altre ne suggerisce: vorremmo quasi dire che uno dei segni di forza dell’opera è la sua ricchezza di fermenti, di spunti, di idee positive e negative, la sua capacità di farci pensare, anche in termini diversi se non opposti, indizio sicuro della grandezza di un film e di un regista, che fanno onore al nostro cinema e al coraggio di alcuni nostri produttori, di cui troppo spesso e a torto si parla genericamente e male.
(…)

(tratto dalla recensione di Guido Bezzola, ferrania, Milano, febbraio 1961)