Luchino Visconti in cerca d’ottimismo

Luchino Visconti in cerca d'ottimismo

Roma, febbraio 1950

Abbiamo trovato Luchino Visconti nella sua bella casa al n. 366 di via Salaria, mentre lavorava coi suoi collaboratori intorno alla sceneggiatura di Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini. Oltre all’autore del romanzo, la cui presenza è considerata preziosa, Visconti si avvale della collaborazione di Antonio Pietrangeli — uno dei suoi più fedeli amici, che lavora con lui dall’epoca di Ossessione — di Sergio Amidei, ch’è anche produttore del film, e di Zeffirelli che sarà suo assistente per la regia.

Cronache di poveri amanti si presentava come un film assai difficile a farsi, anche se aveva in sé il germe del cinematografo. C’era molta materia nel romanzo, ma era difficile ritrovare cinematograficamente quel tono piano e limpido del testo e sarebbe stato arduo se Visconti e gli altri non fossero stati affiancati dalla affettuosa collaborazione dell’autore.

« Un’altra grossa difficoltà — mi dice Visconti — consisterà poi nella distribuzione delle parti. Il romanzo è pieno di personaggi e ogni personaggio ha l’importanza di un protagonista. Seguendo il mio istinto neorealista dovrei servirmi esclusivamente di attori improvvisati, di gente qualsiasi, ma non è facile dare alla gente della strada l’esperienza consumata di un caratterista. Perciò vedrò  di conciliare le due esigenze, servendomi, cioè, per un 50% di attori professionisti e per l’altra metà di gente vera, che non ha mai fatto del cinema, ammesso che la fusione dei due contrastanti elementi che dovranno sorreggere l’interpretazione sia così facile. (…) Cronache di poveri amanti non sarà una requisitoria spietata, di parte; il fascismo e l’urto tra le due forze che allora si contendevano il dominio del Paese sarà visto con l’occhio di allora, un po’ distaccato; e forse qualche rappresentante di un regime di violenza sarà pure un po’ scusato, giacché allora molti erano fanatici dell’idea e non si rendevano conto di quello che sarebbe accaduto. Il film, infine, che non ha alcuno scopo politico, avrà anche una conclusione ottimista, perché tutte le vicende, anche le più amare, hanno sempre un barlume di speranza. (…) Tutte le riprese verranno effettuate a Firenze, esterni ed interni dal vero e anche eventuali ricostruzioni. Mi piacerebbe girarlo in technicolor ed è, questa, una idea che mi sta tanto a cuore. Ma vorrei usare il colore pittoricamente parlando, nel senso espressivo. Firenze, col grigio delle sue case, con le sue ombre, gli sprazzi improvvisi di sole, dovrebbe prestarsi magnificamente. E vorrei infine che il film avesse il senso del ricordo, come se fosse uno dei protagonisti, uno che ha seguito le vicende del romanzo, a raccontarle; come potrebbe essere, ad esempio, l’autore del libro, Vasco Pratolini che ha vissuto proprio in via del Corno e lì, forse, ha intravisto i suoi personaggi. Se riuscissi a fare questa affettuosa e sentita ricostruzione come l’intendo io, ne sarei felice ».

Antonio Pietrangeli, ch’è amico comune, mi fa affettuosamente capire che l’intervista è durata troppo a lungo; devono riprendere a lavorare. Un’ultima domanda:

« Che n’è della Romana? Non doveva dirigere anche quella? »

« Ho avuto delle proposte per girare il romanzo di Moravia, una storia molto filmabile, difficilissima per la protagonista. Farò anche quella, ma vorrei che lavorasse con me Silvana Mangano, una attrice ch’è un vero fenomeno cinematografico, una delle più grosse rivelazioni del cinema di questi ultimi anni. Ma Silvana pare abbia deciso di rinunciare al cinema e non so come potrei fare La Romana senza di lei ».

Italo Dragosei 
(tratto da Bis)