Le notti bianche di Luchino Visconti

Le notti bianche di Luchino Visconti

Una delle difficoltà, che ostacolano il lavoro della saggistica cinematografica, è l’assai frequente mancanza di una documentazione precisa delle traversie subite da un film, durante il passaggio dal soggetto alla realizzazione. Non mancano gli articoli di colore, le note laudative sugli sforzi economici, le affrettate dichiarazioni sulle riviste, specializzate o no. Ma la considerazione è anche un prodotto da « piazzare », che il cinema è un’industria, e il film le vizia a tal punto da impedire di accettarle per buone, esaminandole sicuri di non sperdersi in un’operazione inutile.

Se un libro è sempre una creazione — buona o cattiva che sia — di chi lo firma, un’analoga certezza non esiste nel mondo del cinema, dove molte intelligenze si affiancano nelle varie fasi. Ognuna di esse spinge avanti un’idea, un motivo, un tono. Se va bene, interviene il regista che coordina il tutto in un timbro unitario, servendosi a mo’ di suggerimenti (come fa, del resto, uno scrittore che è continuamente suggestionato dalle indicazioni dell’ambiente che gli ruota intorno). Se va male, il prodotto finito è disarmonico, con stimoli di multiforme provenienza alla ricerca dell’autore che li ha sprigionati. Per pigrizia, per sgomberare il campo da confusioni, al momento della pubblicazione, l’intera colpa è di solito riversata sul regista. Il quale invece ne ha una parte soltanto; e assai ridotta.

Per il saggista non superficiale, per lo storico di domani e per lo spettatore, che desideri conservare una traccia non vaga di un incontro cinematografico risulta, quindi, utile la consultazione di una serie di attendibili documenti sulle origini e gli sviluppi delle fatiche dei migliori registi. L’idea ha dato origine ad una « collana cinematografica », diretta da Renzo Renzi per l’editore Cappelli, che « va a frugare nei cassetti degli sceneggiatori, dei registi, degli scenografi, dei musicisti, degli attori, perché in quegli scartafacci che finora sono sempre stati gettati nei fondi dei magazzini, c’è spesso la storia segreta — sorprendente e meravigliosa — della creazione artistica ». Adesso il curatore della collana informa sull’ultima opera di Luchino Visconti, portando luce su un momento della carriera di uno dei nostri maggiori registi.

Qualunque conto se ne faccia, è certo che Le notti bianche è un risultato abbastanza sconcertante nel suo curriculum. E Visconti non è uomo che non abbia suscitato sorprese, spingendo innanzi delle provocazioni, che hanno sconvolto parecchio il panorama costruitogli intorno dai critici. Nel 1942, Ossessione sfidò l’ipocrisia e il conformismo dei telefoni bianchi e delle esaltazioni guerresche con una frustata decisa; più tardi, mentre altri si abbandonavano alla polemica, spalancò la dimensione di purissime cadenze stilistiche con La terra trema. Bellissima tentò la novella densa e succosa, e Senso suggerì idee, aprendo discussioni non infruttuose. Oggi, con decisione netta, Visconti ripiega sulla sua alta cultura, si rivolge ad « una ricerca mezza vera e mezza fantastica ». Una direzione che gli è consentita, ma che non impedisce di formulare molte domande in attesa di risposta (non è, qui, il luogo di tentarle).

Per illustrare la particolarità di Le notti bianche è necessario un testimone speciale. Renzi, che ha seguito per settimane la troupe, ammucchiando appunti su appunti, ha evitato sia gli entusiasmi  non controllati di molti recensori dei quotidiani che la repulsione non giusta. E non è rimasto neppure ad una cronaca spicciola. Oltre ad un materiale vasto e nutrito, che rivela come Visconti è autore per intero dei suoi film, ha avanzato una sua accettabile interpretazione. Ha ribadito, così, la sua posizione di critico partecipe e non legato a partigianerie (sua una delle più felici analisi di Fellini, in un volumetto di Guanda), di uomo che non dimentica mai una problematica a larga zona morale, una umiltà nell’avanzare interpretazioni.

Queste caratteristiche permettono di comprendere la specie del suo lavoro. Nella sua enunciazione dei motivi che hanno spinto Visconti ad avvicinarsi ad un racconto di Dostoevskij, quello che colpisce favorevolmente è proprio un modo di porre i suggerimenti, di svilupparli in una analisi motivata e crescente, concludendo per via di persuasione. E Visconti salta fuori con i suoi notevoli valori e le sue perplessità in un ritratto critico stringato, il che, se si tiene d’occhio i limiti dei presupposti del libro, non è fatica da poco. Per l’agilità delle annotazioni e per le scoperte interpretative, Le notti bianche, pur attaccandosi ad una tradizione espositiva della critica cinematografica, non la serve. Scopre un piglio partecipe, in cui affiora la voglia di scrollarsi di dosso la paludosa secchezza dei critici. È una maniera d’essere più di lettori attenti, e su altro piano dei critici, senza lirismi di troppo e senza tentennamenti pubblicitari.

Francesco Bolzoni
(tratto da Cronache del cinema e della televisione, Roma, primavera 1958)