La macchina da scrivere al Teatro Eliseo

La macchina da scrivere di Jean Cocteau Teatro Eliseo 1945

Per il sonoro e lungo oh che spiccò il volo dalla platea e dalle gallerie dell’Eliseo (il sipario calava sull’ultimo atto della coctoniana Macchina da scrivere) ed esprimeva insieme la noia, l’insofferenza, l’ironia, ed era come il disciogliersi da un incanto maligno, il risvegliarsi da una stupidità opaca, per quell’oh così tardi venuto, ma pur venuto finalmente, ho ritrovato dopo due ore di penosa incertezza il caro pubblico italiano che compatisco, apprezzo, difendo ad ogni occasione e, più di una volta, ho giudicato almeno pari ai migliori pubblici del mondo (e la colpa di tutti i nostri malanni teatrali — diciamolo ancora una volta — non è del pubblico, ma bensì di quelli che, per virtù di consorterie varie, di fascistiche eredità e di subdole acquiescenze, fanno vivere il nostro teatro nel triste modo che vediamo).

Era in quell’oh di fatti, e in tutto ciò ch’esso esprimeva, il giudizio esattamente meritato dal parigino dramma propinatoci da Laura Adani, Daniela Palmer e i loro compagni, con Luchino Visconti regista. Quali che siano state le intenzioni di Cocteau, da lui stesso diligentemente enunciate e da vari critici citate (dieci righe da copiare e non inventare: un po’ di fatica risparmiata), la sua Macchina da scrivere resta semplicemente un brutto dramma poliziesco, male inventato e peggio costruito, tutto arbitri e forzature, senza fantasia né generosità, senza arte né mestiere, infiocchettato di aforismi da calendario (p. e. citando a memoria: “quelli che agiscono non parlano; parlano quelli che non agiscono”) e incipriato qua e là, come la faccia delle vecchie, di letteratura da rotocalco: il tutto ammannito con l’aggiunta d’un pimento di artificiose morbosità e d’acrobatismi psicologici e paradossi, per lo più congegnati con la comoda formula del rovesciamento del normale o del creduto tale (p. e. i poliziotti che non vogliono arrestare i colpevoli; i colpevoli che vogliono essere arrestati; gli innamorati che insultano l’amato oggetto; gli innocenti che si professano colpevoli; i buoni che fanno cattiverie, ecc., ecc.).

(…)

Animata, colorita, scattante (forse anche troppo) e tutta fluidamente plastica  nel variare della sua viva architettura mi è parsa la regìa di Luchino Visconti. Vorrei però che le scenografie nelle quali egli inquadra i drammi risentissero meno, nel realismo della concezione e nell’abbondanza dei particolari, l’influenza del cinematografo. Daniela Palmer, ammantata in vesti squisite benché leggermente dannunziane, è riuscita a dare umana consistenza al suo burattinesco personaggio. Ma perché, in questa ottima attrice, sentiamo sempre un che di calcolato, di preparato, come s’ella rimanesse d’un piccolo gradino al di sotto del punto d’arrivo? Laura Adani ha prodigato vezzi e voce alla trovatella istriona e mitomaniaca, senza smarrirsi nell’intrigo del suo labirinto di cartapesta. Il Gassman ha animato i due gemelli con baldanzosa bravura e con rara sincerità di emozione. Il Calindri ha lottato strenuamente ma senza fortuna con un personaggio che non si accordava con la sua personalità. Nora Ricci ha trovato felicemente, benché un po’ scolasticamente, gli accenti e i modi del suo personaggio (l’impiegatuccia postale, mitomane anche lei, che si esalta della finzione con la quale vuole assurgere al romanzesco). Il Battistella, nelle vesti del padre, è mancato totalmente.

In ordine di merito, insomma, il regista arrivò primo, seguito a ruota dai migliori interpreti, e l’autore arrivò l’ultimo. Ma non per questo, intendiamoci, mi permetto di voltare le spalle a Cocteau. Nei suoi confronti ho forse un poco ecceduto, questa volta, ma l’ho fatto di proposito, per reagire contro l’infatuazione dei provincialotti nostrani, che anche di lui hanno fatto un idolo, e lo adorano e lo incensano nella nostalgia d’una Parigi conosciuta in gita dopolavoristica.

Cesare Meano
(da Maschere, Ottobre 1945)