Lettera aperta al ministro Alberto Folchi

Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti

Signor ministro, leggo sui giornali le sue parole poco gentili nei confronti del mio film Rocco e i suoi fratelli. Le avrei lasciate volentieri senza commento se, oltre a essere poco gentili, esse non fossero anche poco corrette e non investissero problemi che vanno oltre la mia persona, come quello della libertà d’espressione e della censura nel nostro paese. Ella, in sostanza, ha tenuto a far intendere che, se si fosse trattato soltanto della sua facoltà di ministro della Repubblica, Rocco e i suoi fratelli non sarebbe mai apparso sugli schermi o vi sarebbe apparso non so bene come e quanto clericalmente mutilato.

Ciò mi conferma nella già in me radicata convinzione che ogni briciolo di libertà di cui si riesce a godere nel nostro paese non lo si deve ai governanti, e tanto meno ai governanti della sua mentalità (che francamente ci si chiede come mai si trovino a occupare posti di così grande responsabilità), ma alla vigilanza, alla resistenza e alla lotta dell’opposizione e dell’opinione pubblica democratica. Se a favore di Rocco e i suoi fratelli non vi fosse stata a suo tempo, la grande protesta non soltanto della cultura italiana, ma dei partiti, della stampa, e delle organizzazioni di sinistra, si può essere certi, dopo le sue odierne dichiarazioni, che al film sarebbe stato sottratto il diritto costituzionale di prender contatto con le larghe masse degli spettatori e di godere, in tal modo, di quel suffragio di pubblico che tutti conoscono e che — vale la pena di segnarlo — ha consentito il più grande incasso italiano degli ultimi tempi, dopo quello de La dolce vita.

Mi consenta, nel ricordarle pubblicamente questi fatti, signor ministro, che un dato simile è, oltretutto, strettamente connesso a quella ripresa di prestigio culturale e industriale del cinema italiano della quale ella e i suoi funzionari non mancano abusivamente di vantarsi in occasione di relazioni e dichiarazioni ufficiali. Ecco perché le sue espressioni nei confronti del mio film io le ho trovate, oltre che poco gentili e poco corrette, nettamente contrarie a tutti gli interessi del cinema italiano, da quelli dei produttori a quelli degli autori, dei tecnici e dei lavoratori.

Per nostra fortuna, e mi auguro a edificante esperienza di quei partiti che appoggiano l’attuale maggioranza governativa in Parlamento, la legge è stata approvata in Senato col solo appoggio dei monarchici e dei fascisti, essendosi meritata il voto contrario dei comunisti e dei socialisti e l’astensione dei liberali e dei socialdemocratici (in Senato, se non erro, non vi sono repubblicani, ma a giudicare dai commenti asperrimi dell’organo centrale del Pri, si può affermare che anche da quella parte sarebbe venuto un voto contrario). Si è assistito, il tal modo, alla preoccupante e aberrante vicenda di un governo di cosiddetta convergenza antitambroniana che ha lasciato approvare una legge così importante da una maggioranza identica a quella contro la quale esso disse di insorgere, e per scongiurare la quale dice di voler stare in piedi.

Cosicché, per riprendere il filo del discorso, c’è da augurarsi che, senza porre tempo in mezzo, le sue parole siano servite a richiamare ancora una volta l’attenzione dell’opinione pubblica e di tutti gli organismi interessati, prima fra essi la nostra Associazione degli autori cinematografici, sulla necessità di promuovere subito quelle iniziative che valgano a frenare una riscossa clerico-tambroniana, a imporre la fermata della legge alla Camera e l’approvazione di una legge costituzionale. A ciò, sono certo, vorranno questa volta collaborare anche quei partiti, il socialdemocratico, il repubblicano e il liberale, che sostengono il governo ma che mi sembra non possano davvero tollerare di cavarsela con la pilatiana lavata di mani della astensione e debbano piuttosto prospettare qualcosa di più consistente.

La posta è talmente grossa (si tratta di questioni di principio relative al nostro ordinamento costituzionale, laico, antifascista e repubblicano) che da questi partiti o almeno da quelli che addirittura si battono per una soluzione di centro sinistra è dovuto aspettarsi, in caso di insistenza democristiana, la rottura dell’alleanza governativa e, a mio avviso, noi autori cinematografici dovremmo subito, oltre che protestare a parole, agire. In una occasione simile, se mi fossi trovato a girare un film non avrei esitato a fermare il mio lavoro in segno di protesta. È infatti quella attuale la più grave delle congiunture che si siano mai presentate davanti alla libera esistenza del cinema italiano.

Per quanto più direttamente mi riguarda, signor ministro, ella non ha lesinato l’argomento più velenoso invocando, nientemeno, l’opinione negativa su Rocco e i suoi fratelli di un’alta personalità sovietica di passaggio in Italia. Non so a chi ella abbia potuto riferirsi e mi lasci dire che trovo un tantino sconveniente, da parte di un uomo politico che ha occupato il posto di sottosegretario agli Affari esteri, l’uso di argomenti simili e per giunta in forma anonima.

Non posso ovviamente escludere, in linea di principio, che anche tra i rappresentanti ufficiali di un grande Paese socialista come l’Urss vi sia chi lascia ancora sopravvivere nella propria concezione dell’arte idee superate e da non condividersi. Se ho ben compreso, tuttavia, la personalità le cui private parole ella ha chiamato in causa alludeva, rammaricandosene, all’incremento di pornografia che si è verificato nel cinema italiano all’ombra della censura amministrativa dei governi democristiani. Si è domandato, signor ministro, se per caso quella personalità non invocasse l’esempio di film che portano la firma di registi suoi colleghi di partito e, in ogni caso, di autori che mai si sono levati, né con opere, né con le parole, contro la clericalizzazione dello Stato e che anzi in essa si crogiolano come il baco nella mela?

Se quella personalità sovietica potesse essere interrogata di nuovo, ho fondati dubbi che non mancherebbe di chiarire il suo pensiero in questo senso. E che in ogni caso preferirebbe trovarsi d’accordo, anziché con i farisei e i giugulatori di libertà di casa nostra, con il regista sovietico Serghiei Bondarciuk che per Rocco e i suoi fratelli si batté con pubbliche dichiarazioni come giudice del Festival di Venezia, con gli uomini di cultura sovietici che in questi giorni hanno pubblicato a Mosca sulla rivista Inostrannaia Literatura (Letteratura straniera 350.000 copie di tiratura) l’intera sceneggiatura del film, con i cittadini cecoslovacchi che l’estate scorsa hanno attribuito al mio film il primo premio del loro Festival degli operai, e, ne sono certo, con tutti coloro che in America, in Inghilterra e altrove, hanno fatto seguire all’eccezionale successo di pubblico di Rocco e i suoi fratelli commenti in cui il consenso e il dissenso, l’adesione e la critica, si ispirano all’amore della verità e non alla paura del diavolo.

Luchino Visconti
Roma, 24 ottobre 1961