Luchino Visconti:”I bugiardi li sento al tatto”

L'innocente di Luchino Visconti 1976

(prima parte dell’intervista:  Visconti mi ha detto…)

Visto che è così attaccato alla vita, se il diavolo gliene offrisse un’altra come a Faust, in cambio dell’anima, accetterebbe?

« Vendermi? Mai. Né al diavolo né ad alcuno. Neppure per la vita, che io amo molto. La vita la voglio vera, da essere pesante, da persona che crea qualche cosa, soprattutto da uomo libero. Libero anche di dannarmi, ma se lo voglio io. Una simile offerta non m’interesserebbe. »

Ma lei crede in qualcosa? In Dio?

« Credo in qualcosa che sta sopra di noi. Questo sicuramente. Più che  al Dio ben definito della religione cattolica, credo nella vita, negli uomini, in quello che fanno. Ecco perché è cosi importante il mio lavoro. Perché come uomo non mi dò per vinto, nel modo più assoluto. È una lotta fra me e la vita. Forse la vita vorrebbe farmi morire. Ma io dico: no, non ancora, aspetta. Non è il momento giusto. »

Ma allora in lei non è cambiato proprio niente?

« No, finché lavoro sono sempre uguale a prima. Lei, il mio ultimo film, Gruppo di famiglia, l’ha visto? Le è sembrato il film di un rimbambito, di un minorato? »

Assolutamente no. Inoltre anche in quel film lei ha lanciato un’altra attrice, la giovanissima Claudia Marsani.

« È vero, è andata bene per lei. Ora ha lavorato in uno sceneggiato televisivo così-così: però è giusto che lavori. Quello che non dovrebbe fare è lasciarsi fotografare nuda: è idiota e volgare. E poi non è un tipo da nudo: non è l’Antonelli, tanto per fare un esempio, che ha un corpo da Venere. La Marsani se si comporta così, si butta via. »

Ha spesso offerto parti da protagonista a Burt Lancaster: per esempio nel Gattopardo e in Gruppo di famiglia. Come mai questa predilezione per un attore americano?

« Perché Burt è un attore bravissimo. Si è fatto una cultura da solo ed è un uomo di sentimenti meravigliosi. Lo scelgo soprattutto perché, sul lavoro, c’è un’intesa meravigliosa tra noi. Basta uno sguardo e lui capisce quello che deve fare. È intelligente. Le pare poco? »

Luchino Visconti risponde alle domande senza la minima esitazione, scoppia divertito in sonore risate, muove il capo, si tormenta con la mano destra le guance. Quando per la seconda volta gli faccio ripetere una risposta che lui mi ha sparato con la solita velocità, perché non l’ho afferrata, arriccia le labbra, mi soppesa come preoccupato e mi dice: « Lei è stanca. Smettiamo, adesso. Ci rivediamo domani. »

Vorrei dirgli che sto benissimo. Ma un istante dopo ammutolisco e non oso proseguire. Capisco che, probabilmente, è lui ad essere stanco. O meglio, lui teme che io non l’abbia capito subito perché non parla più in modo perfetto. Non è così. Ma lui, attento e sospettoso com’è nei confronti di se stesso, vuole essere assolutamente scuro di non sbagliare una parola.

All’indomani sul set, Visconti m’invita a far colazione con lui durante la pausa di mezzogiorno. Speravo di restare sola per continuare il nostro colloquio, Invece siamo in sei persone: Visconti a capotavola, poi gli attori, Rina Morelli, Laura Antonelli, Giancarlo Giannini, e Otello Sberna, il suo segretario personale. Nota la mia delusione e bonariamente mi minaccia: « Niente domande mentre si mangia. Ho un appetito formidabile ».

Attacca un piatto di ravioli al burro. Non ne sembra entusiasta, ma forse il suo malcontento è dovuto esclusivamente al fatto che agli altri vengono serviti ravioli al ragù. Mangia un nodino ai ferri e un po’ di verdura cotta. Il dolce è una specie di torta meringata di cui è ghiotto. Prende il caffè, e intanto parla di tutto: conduce lui la conversazione, per cui, quando tace, si sente un certo imbarazzo. A Rina Morelli, che nel film interpreta la parte della madre dell’Antonelli (sic la suocera n.d.c.) dice che con il costume che indossa gli ricorda molto sua nonna. Loda Laura Antonelli per la scena appena girata.

Lo rivedo verso le sette di sera e riprendiamo l’intervista.

Adesso, i suoi rapporti con gli altri sono uguali, o è cambiato il suo modo di giudicare le persone?

« Sono sempre stato molto generoso con gli altri e lo sono ancora. Per natura io sono molto fiducioso nella gente: credo che tutti siano buoni, onesti, ottimi. Poi piglio certe fregature… »

Lei delle fregature? Con quelli occhi indagatori e acuti, quelle orecchie appuntite come antenne?

« Eppure spesso mi lascio ingenuamente ingannare. Non sono per niente scaltro, sagace. Affatto. Un po’ diffidente qualche volta, ma scaltro proprio no. Quante volte ho creduto in una persona e poi ho scoperto che era una canaglia, che mi dava una pugnalata nella schiena! Eh sì, nella vita privata mi è successo tante volte. »

In un uomo che cosa ammira di più?

« La lealtà, l’umanità. Quello che disprezzo maggiormente è l’ipocrisia. Con i bugiardi non potrei neanche aprire bocca. »

Ma come fa a riconoscerli?

« Guardi, a me viene una specie di prurito alle dita, li sento al tatto. »

Le sarebbe piaciuto nascere in un secolo precedente al nostro?

« No. Innanzitutto perché sarebbe stato molto scomodo. Abbiamo tante comodità in questo secolo, godiamole. Peccato che, col progresso stiamo rovinando tutto: città paesi, campagna. Tornando ai vantaggio d’oggi, guardi che grande invenzione è, per esempio, l’ascensore. Il Settecento sarà anche un gran bel secolo, però, pensi che disastro sarebbe stato per me, se mi fosse successo allora quello che mi è capitato adesso. Sarei un uomo finito, confinato in una stanza come in una prigione. »

Solo per questo preferisce il nostro secolo? Per l’ascensore?

« Non solo per un mio tornaconto personale, via. Questo secolo mi affascina anche per le lotte umane che si scatenano, per le conquiste sociali. Però mi ripugna, per esempio, che esistano ancora dei dittatori. »

Ha mai sentito in vita sua la mancanza di qualche cosa?

« Sì. Di affetto. »

Ma come? A un uomo adorato e ammirato come lei è mancato l’affetto?

« Beh, manca sempre l’affetto vero. Io ho trovato tante volte l’affetto, ma spesso viene a mancare proprio quello a cui si tiene di più. È sempre così: ne hai tanti, ma non c’è quell’uno che vorresti. »

(segue)

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