Con la malattia ho vinto la pigrizia

Luchino Visconti Lucca 1975

(prima parte dell’intervista Visconti mi ha detto… seconda parte I bugiardi li sento al tatto)

Qual è la cosa che nella vita la spaventa di più?

« L’incapacità fisica. Proprio questa. L’impossibilità di muovermi da solo, di toccare un oggetto, di camminare. »

Lo dice adesso, ma prima che questo avvenisse, che cosa temeva?

« Mi creda: prima che questo accadesse sapevo che un giorno sarei finito così. Lo sentivo. Dicevo: un giorno io finirò mezzo paralizzato. Perché facevo troppo, ero troppo vitale. Sentivo che sarei stato punito così. Era un’intuizione. »

Si è mai fatto predire il futuro?

« Altroché, mille volte. Adesso purtroppo, dopo la morte del mio veggente preferito, non vado più da nessuno. Era bravissimo. Mi prendeva una mano tra le sue e mi diceva tutto. Ma la sensitiva o veggente più sbalorditiva, la incontrai a Parigi. Si chiamava madame Samary. Mi predisse che avrei fatto del cinema. Eravamo nel 1935. Io allora mi interessavo soltanto ai mie cavalli, ma essa mi disse: vedo attorno a lei dei riflettori accesi, cambierà completamente tipo di vita. Aggiunse addirittura che avrei conosciuto sui boulevard di Parigi un uomo con i capelli rossi. Fu proprio così che conobbi il famoso regista Jean Renoir: e la mia vita cambiò davvero, feci il suo aiuto regista per quattro anni, con tutto quello che seguì. »

Lei che ha avuto tutto nella vita, preferisce i vinti o i vincitori?

« Preferisco i vincitori, ma amo teneramente i vinti. »

È un giudizio moralistico troppo facile.

« Sì, è moralistico. Eppure i vinti sono quelli sui quali mi soffermo, quelli che mi interessano: faccio sempre dei film sui vinti, come i Malavoglia di La terra trema, i Rocco. Quasi tutti i miei personaggi sono degli sconfitti: perché sono quelli che mi commuovono di più. Personalmente preferisco vincere, ma sento una grande solidarietà per i vinti. »

E lei si considera un vinto o un vincitore?

« Un vincitore. Almeno fino alla trombosi. Dopo, non so. »

Se lavora vuol dire che neanche la trombosi ha avuto ragione di lei.

« Da un punto di vista psichico è vero. Non mi sento sconfitto, domato. Neanche fisicamente. Lotto con tutte le mie forze per non essere abbattuto dalla vita. »

Ma allora, la malattia che cosa ha cambiato in lei?

« Ha cambiato molte cose. Prima di tutto mi ha dato la volontà di vincere la mia grande pigrizia. Mi sono detto: io non posso essere malato. Non lo accetto. Per superare questa infermità devo lavorare di più. Non voglio essere impedito, bloccato da qualcosa che non so cosa sia, da questa cosa che non si vede, ma che mi immobilizza. Soprattutto voglio decidere io quando è finita. Quando è chiuso, chiudo io. »

Che cosa intende con questo? È un’affermazione grave.

« Voglio dire che sarò io a dire alt, a fermarmi. Non voglio che mi fermino gli altri o un malanno. »

Vuol decidere lei anche il momento della sua morte? È questo che vuole dire?

« Sì. Questo. Piuttosto che vivere senza poter lavorare, piuttosto che essere una mummia su una sedia a rotelle, mi sparo. Preferisco farla finita con un colpo di rivoltella. »

Piera Fogliani