Roma, gennaio 1949

Enfin Ronsard vint! L’attesa del Tram di Tennessee Williams era diventata spasmodica. Luchino ha quest’arte, anche: anche se a lungo andare, può diventare un pericolo. Le poltronissime della prima, infatti, scornate o no, è raro che vogliano guastarsi la festa, confessando ai loro occhi di essere state deluse: ma chi ha pratica col teatro non stenta a indovinare sotto un applauso un introverso scontento, come a dire « è tutto qui? ».

Pressapoco è stato così, l’altra sera, per la prima europea del Tram che si chiama Desiderio. Nessuno nega che c’era un pubblico eccezionale. E tutti hanno visto Togliatti a fianco della on. Jotti, sprofondare in poltrona con paltò e cappello sui ginocchi. Nei corridoi, era un incrocio di lingue, come se l’Eliseo fosse un salone dell’O.N.U. o dell’E.R.P. E in tutte le lingue si lodava la regia e l’interpretazione; che l’autore sinceramente  giudica superiore in ogni senso all’edizione americana; e anche questo fa piacere. Autore, attori, regista, hanno avuto venti o trenta chiamate. Ma la commedia meritava tanta religione? Sia chiaro: non mi lamento che sia stata allestita bene, e anzi dispendiosamente. E un regista è libero di simpatizzare con l’autore e coi testi che vuole. Ma, ridotta all’osso quanto vale questa commedia? Per mio conto — se permettete — non sono caduto in delirio neppure per Zoo di vetro; quanto a questa nuova commedia, se letterariamente segna forse un progresso. o almeno una esasperazione lirica dei temi e della tecnica del giovane scrittore americano, teatralmente non aggiunge proprio nulla al teatro americano e quasi toglie qualcosa allo stesso Zoo. Di nuovo non c’è  che un gioco di clima tutto letterario. Il Tram che si chiama Desiderio è una sensibilissima e filtratissima novella, come però se ne conoscono tante su una falsariga di neoromanticismo. Teatralmente, non è che una esecuzione su clavicembalo o su virginale dell’Anna Christie  di O’Neill; ed è solo in forza delle accentuazioni date da Luchino Visconti che il giro novellistico ha avuto qualche spezzatura di risalto drammatico.

La tematica, e la polemica, di Tennessee Williams è orizzontalmente sentimentale; c’è più la mezz’aria della poeticità, che il vento preciso della poesia. C’è un idillismo da refoulé che insidia tutto il linguaggio di questo lavoro; e la riprova andrei a trovarla anche in quelle compiacenze volgari che serpeggiano nel dialogo. Crede forse di scandalizzarci buttando troppe volte la parola « culo » dalla ribalta? No; riconfermiamo soltanto, nell’autore, un complesso da collegiale.

La regia poteva andare per due strade: quella di una leggera esecuzione, spensierata quasi, così che le strozzature drammatiche ottenessero, più che gli effetti, la loro legge esatta; o quest’altra, scelta da Visconti, dell’esecuzione esasperata. Il testo fu recitato, come se tutte le parole fossero sottolineate: qualcuna era scalfita da unghiate rabbiose e isteriche. Ha avuto un buon esito, questa seconda strada? Sì e no; a parte il fatto che Luchino non ha sbandato mai, l’ha percorsa a perdifiato sino in fondo! La commedia ha vinto in virtù di questa carica sovreccitata; col solo pericolo, al quale però pochi hanno abboccato, di credere che il testo fosse chissà quale bibbia; mentre il messaggio di Tennessee Williams è convenzionale.

L’interpretazione da parte di Rina Morelli è stata eccezionale: sì, la sua era una « grossa parte », ma senza strafare mai e dosando sempre la Morelli ha aperto per tre ore e mezzo di spettacolo un arco mirabile di risorse, di grazia, di incanto. Eccellente Gassman, che ha dato naturalezza (ma giocata internamente) al suo sfaccettato personaggio, con una varietà e ricchezza e autorità che gli dànno sempre più un posto a parte. Efficace anche Vivi Gioi, in un personaggio di difficile resa.

Sul palcoscenico, l’impaccio dell’autore era autentico.

G. Vigorelli