Cronaca semiseria di un lungo spettacolo

Giorgio De sullo e Rina Morelli in Euridice di Jean Anouilh

« In fin dei conti » mi diceva un macchinista della compagnia di Visconti « in fin dei conti lo spettacolo non comincia affatto stasera alle nove, ma ha avuto inizio iersera alle sei »; e ventisei ore di lavoro giustificavano anche l’agilità del paradosso pronunziato col tono apodittico delle persone che non hanno dormito. Intanto una brutta ragazza infilata in una tuta tutta sporca, sporche le mani ed il viso, si affannava ad avvitare e slittare con rabbia un dado del fischio da locomotiva  che nel corso del primo atto deve segnare l’arrivo e la partenza dei treni. Io inciampavo continuamente nei cavi elettrici e m’impigliavo in corde misteriosamente discese dalle inesplorabili altezze del palcoscenico, mentre per tutti gli altri il problema di questo particolare e difficile tipo di viabilità pareva non esistere.

Luchino Visconti, vero « deus ex machina » dello spettacolo (con quanta brusca e gentile timidezza si inchina allo scrosciar degli applausi!) sedeva in disparte sul palcoscenico, intento a far spostare « un po’ a destra, ancora un po’, adesso un po’ in alto, no, no troppo così » un piccolo riflettore di importanza certo fondamentale, e la sua apparenza tranquilla nel cappotto stiratissimo non denunciava certo la fatica accumulatasi in tante ore sulle sue spalle, mentre Mario Chiari, il bravo scenografo di Eurydice, si agitava a correggere, con un pennello, certi riflessi troppo crudi sui sedili, nella sala d’aspetto della stazione attorno alla quale ruotano il primo ed il terzo atto.
Giorgio Signorini
(Film Rivista)

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Un’altra commedia di Anouilh. Credo che ne rimangano ben poche. Quando saremo arrivati all’ultima, il dispiacere d’averle viste tutte sarà compensato ad usura dal piacere di non doverne veder più, non esistendo, per fortuna, nemmeno lontanamente il pericolo di una ripresa.

Le commedie di Anouilh non sono di quelle che alimentano il repertorio: figlie della vanità e dei milioni di Luchino Visconti, cadono nell’oblio subito dopo rappresentate. Se fino a ieri c’era ancora qualcuno che le confondeva con l’arte, off esse non vanno oltre l’avvenimento mondano e l’occasione di sfoggiar cappelli e pellicce. Non è rimasto che Paolo Grassi a gridare al capolavoro e allo spettacolo di « alta civiltà », e l’eccezione, appunto, conferma la regola, facendo onore a noi italiani, gente d’antica sapienza, e, davvero, d’alta civiltà, che può rimanere ingannata una volta, ma la seconda già strizza l’occhio, e la terza scoppia in una bella risata.

Siamo alle ultime battute del fenomeno Luchino Visconti: pur con tutti i mezzi che ha a disposizione, costui non riuscirà ad uccidere il teatro, il quale, vecchio di secoli, riuscirà a sbarazzarsi anche da questo pericoloso individuo.

Luchino Visconti è la quinta colonna al servizio del cinematografo introdottasi nel palcoscenico allo scopo di preparare il colpo di stato. Non v’accorgete che nelle costose, minuziose, reali scene di Luchino Visconti, non si recita ma si gira?

Quando Luchino, come nei Parenti terribili, costringe un attore ad ossigenarsi e un’attrice a tagliarsi i capelli, sostituendo alla finzione e alle parrucche del teatro i criteri realistici del cinema, la sua funzione di quinta colonna è evidente. La stazione del primo e del terzo atto di Euridice non è una scena teatrale, ma un interno cinematografico .

Decisamente Euridice di Anouilh appartiene al novero dei lavori zoppi. È il trionfo dell’aridità e della mancanza di fantasia e d’invenzione. L’intellettualistico rifacimento dell’antico mito, è del tutto gratuito e serve solo ad ornare di orpelli il grigio di una vicenda priva d’originalità. Incapace di creare nuovi, moderni miti, Anouilh bara vivacchiando sulla falsariga degli antichi, i cui parallelismi riesce a sfruttare solo meccanicamente ed esteriormente, condendo il tutto con la solita ricetta dell’esistenzialismo per cui la vita è male ed è dovere di buon cittadino rifugiarsi nella morte.

(…)

Non possiamo fare a meno di compiangere Paolo Stoppa, attore grassoccio alla buona, adatto a leggeri personaggi di film italiano, costretto a fare la Morte e recitare sempre in impermeabile. Egli vive sotto l’incubo di Luchino. È in potere dell’infernale regista. Una notte fuggirà, si toglierà l’impermeabile e tornerà a recitare bonarie e sentimentali parti d’avvocato di provincia.

Rina Morelli, ogni sera, si consuma come una fiamma. Di lei, alla fine dello spettacolo, non rimangono che le ceneri. È un’anima che generosamente regala tutta la sua luce.
Mosca
(Oggi, 18 marzo 1947)