Morte a Venezia è una operazione di magia

Morte a Venezia di Luchino Visconti

Morte a Venezia è un racconto che dura quasi un’ora e mezzo e in cui praticamente, cioè apparentemente, non succede nulla e quello che succede è talmente segreto che è come se non succedesse. E non c’è azione perché c’è un unico personaggio che è immobile in mezzo a un mondo di parvenze con le quali non ha nessun contatto diretto, salvo la casuale coesistenza nello stesso luogo che è il Lido di Venezia verso gli anni 1905-1910. Per di più il testo parlato è ridottissimo. Parlano i tipi al margine: gente del bureau dell’albergo, camerieri, facchini, gondolieri ecc. Ma i personaggi non parlano o parlano pochissimo. Il record è tenuto da Silvana Mangano la cui parte consta in tutto di 116 parole.

E non c’è naturalmente peripezia perché c’è urto e quindi capovolgimento. L’unico momento di crisi è già avvenuto nell’antefatto e noi lo apprendiamo per flash-back: l’episodio in cui Aschenbach, il protagonista, compositore di gran fama, ha la prova che il pubblico lo abbandona. Aschenbach nel racconto di Mann è uno scrittore: con un genialissimo arbitrio, Visconti lo fa musicista, perché l’elemento sinfonico diventando essenziale al racconto ne dilata prodigiosamente il misterioso lirismo. Aschenbach è un uomo che sta per chiudere la vita, e lo sa, e se viene a chiedere all’aria dell’Adriatico qualche ristoro al cuore è senza illusioni. È sedendo là per ore davanti alla spiaggia aristocraticamente spopolata, che gli avviene di notare una figura di giovinetto, alto, biondo con la cascante grazia dell’adolescenza, mentre corre i gioca con i suoi coetanei, o si tuffa, o pensoso indugia sulla riva entro il nimbo dorato dell’occaso. Senza che mai, sino alla fine, o accosti o gli rivolga la parola, Tazio (è polacco, e soggiorna con la madre e le sorelline nell’albergo) diventa per lui l’ultima affascinante apparizione che lo saluta alla fine della vita.

Si può pensare a una attrazione sessuale, ma non è indispensabile. Visconti ha espressamente voluto identificare in Aschenbach uno dei più tipici e inquieti rappresentanti della cultura europea del primo scorcio del secolo, Gustav Mahler. È la grande età del Liberty, delle due Secessioni, la viennese (la grande) e la monacese, l’età della reazione parnassiana e decadentistica e insieme della sete di esotico, dell’impressionismo debussiano e del costruttivismo dodecafonico. Però è anche un’epoca di un frenetico rilancio dell’ellenismo. Wilamowitz rilegge Pindaro. Si va in pellegrinaggio all’altare di Pergamo. E non scordiamo il corale lirismo mediterraneo di Orff. Alla luce di questi influssi che impalpabilmente Visconti ha trasfuso nel suo personaggio, Tazio doveva emergere agli occhi di Aschenbach come l’incarnazione di un mito, come un Endimione, parvenza di efebica bellezza, che veniva a condurlo alla pace divina. E infatti la pace arriva, là sulla spiaggia d’improvviso. Aschenbach, a cui Dirk Bogarde nella sua formidabile tecnica istrionica riesce a dare non soltanto col trucco e col gesto la disperata ipocondria del suo modello, si accascia fulminato sulla sua sedia a sdraio che lo accoglie come un sudario. Vengono in mente, a epigrafe, le amare parole di Mahler: « Sono tre volte straniero sulla terra. Come boemo per gli austriaci. Come austriaco per i tedeschi. Come ebreo per il mondo intero ».

In fondo Morte a Venezia è una operazione di magia. Va bene, vi racconteranno che Visconti ha fatto rifare apposta le cabine del Des Bains come erano allora. E l’arredamento dei saloni, impressionante. E gli abiti, precisi sino all’ultima piega. Ma non sarebbe in queste sublimi pignolerie il miracolo. La magia comincia quando i personaggi si mettono a parlare e a muoversi come quelli di allora, non soltanto, ma l’aria intorno diventa quella di allora, e le luci, e le ombre, e i cieli, mio Dio, anche i cieli sono quelli di allora. Non scherzo, andavo al Lido a quel tempo, avevo già vent’anni, ho ancora tutto chiaro davanti. Ho dei ricordi distinti, io, ho visto il primo tango ballato a Venezia; lo ballò una sera, per gentile dimostrazione, il duca degli Abruzzi, appunto al Lido, in un salone dove facevano corona intorno tutti i blasoni superstiti del Libro d’oro. Ebbene, praticamente torno al Lido ogni anno. Ma affacciarmi al film fu un colpo, come fare un vertiginoso salto indietro nel secolo. Era proprio quell’altra luce, quell’altro spazio, quell’altro tempo. Rientrare in un mondo di fantasmi, divenuto io stesso fantasma. E poi non sarebbe magia? E che cos’altro è magia? (Con molte scuse in poscritto al lettore per aver parlato un po’ troppo di me stesso.)

Filippo Sacchi
(Epoca)