Il film per Rusconi: Perché Visconti sta sbagliando

Roma, settembre 1973

« Non guardo di chi è il denaro, purché il film sia mio » ha dichiarato Luchino Visconti, quando gli è stato chiesto perché avesse accettato di fare un film finanziato da Edilio Rusconi. E Suso Cecchi d’Amico di rincalzo: « Quando mai abbiamo chiesto ai produttori per quale partito votano? Quando mai i produttori sono stati di sinistra? ».

Il ragionamento dei due autori apparentemente non fa una grinza. Quello che conta, essi dicono, è il film non chi lo finanzia. Del resto, tutto o quasi il cinema italiano — almeno quello che pesa — è ed è stato, dal dopoguerra in poi un « atto » di sinistra, realizzato con capitali che per loro natura sono oggettivamente di destra. Di che vanno lamentandosi allora i colleghi dell’ANAC-AACI, l’ADN Kronos, la stampa di sinistra?

Effettivamente, posto così il problema, la ragione sarebbe tutta dalla parte di Luchino e di Suso. Il denaro in certi casi non olet; lo diceva anche Vespasiano. Eppoi, non è forse vero, che proprio dietro La terra trema, di certo il film più rigorosamente marxista di Visconti (qualcuno lo definì un « mistero » marxista) ci stava — almeno in un primo momento — l’Universalia, che era una società legata al Vaticano? Difatti, alla prima mondiale tenutasi alla Mostra di Venezia del 1948 nel frontespizio della elegante brochure compilata appunto dell’ufficio stampa dell’Universalia, troneggiava la citazione di un’enciclica di Pio XII: tentativo esemplare di deformare la ideologia del film e di confondere in partenza le idee al fruitore.

Disegno più vasto

O vogliamo d’improvviso scoprirci moralisti, come ha fatto il collega Pio Baldelli su Il Manifesto quando esclama: « Perché non replicare quando si sente dire che un produttore vale l’altro, che un capitale vale l’altro; come non capire che se si scinde la propria responsabilità dalle trame nere non si può essere collaboratori del signor Rusconi, perché Rusconi significa Monti e Monti è il petroliere filoamericano? ». Se fosse solo per Monti « petroliere filoamericano » allora dovremmo fare il processo a tutti i produttori italiani. Dove stanno i produttori che non sono filoamericani? O forse Mario Gallo, il quale, avrebbe in primo tempo dovuto realizzare il nuovo film di Visconti, è un antiamericano? E i soldi, i mezzi per produrre Morte a Venezia, non gliel’ha dati la Warner Bros cioè la Kinney Organisation cioè la « conglomerata » che incorpora oltre alla vecchia società cinematografica dei fratelli Warner, l’industria alberghiera delle Bahamas, una delle più grosse cosietà di pompe funebri degli Stati Uniti e la società editrice di Mad?

Evidentemente non è questo il problema. Al limite, non lo sarebbe nemmeno se Rusconi avesse annunziato la costituzione di una società cinematografica con Armando Plebe consulente culturale e con i capitali forniti da Almirante. Puzzerebbero i capitali, ecco tutto. Ma, proprio per questo, sarebbero molto meno pericolosi dei capitali « puliti », diciamo addirittura aromatici, utilizzati dall’editore milanese per condurre in porto la sua ultima iniziativa. In altri termini, non è Rusconi, è l’operazione Rusconi che spaventa e di cui Visconti e la Suso avrebbero dovuto tener conto. Una operazione che non è iniziativa della estrema destra politica, bensì di certi settori del Governo, o perlomeno del segretario del partito di maggioranza, iniziativa che a sua volta fa parte di un disegno più vasto di politica culturale, oltreché commerciale.

Ci spieghiamo. Nel 1971, dopo anni di lotta condotta da autori e lavoratori del cinema, appoggiati dai partiti di sinistra, il Parlamento vara la legge per lo aumento del fondo di dotazione e per il finanziamento dell’Ente Autonomo di Gestione Cinema, cioè della iniziativa pubblica nel settore. Sono 40 miliardi che, nell’intenzione del legislatore, dovrebbero costituire una cifra sufficiente a creare una alternativa all’industria cinematografica privata e a condizionarla. Contemporaneamente la legge indica al gruppo cinematografico pubblico nuovi settori d’intervento: gestione di un circuito sale; diffusione e propaganda all’estero del cinema italiano; diffusione del cinema nella scuola e nell’università; produzione sperimentale e documentaristica. È un fatto nuovo nella storia del cinema italiano: in teoria, esso potrebbe imprimergli un nuovo corso, tenuto conto della frammentazione e della scarsa solidità economica della industria cinematografica privata. Ma nei due anni che seguono la promulgazione della legge, la situazione muta radicalmente. Vediamo il Governo operare all’interno dell’Ente di Gestione, per paralizzarlo e svuotarlo di ogni contenuto: dall’altro canto l’industria privata, messa alla frusta reagisce. Come? Seguendo l’esempio americano quello delle « conglomerate ». La Titanus bussa alla porta della Montedison e poi cade nelle braccia di Agnelli; la Rizzoli si dà a una attività multinazionale che va da Pavillion a La vedova allegra di Ingmar Bergman, con Barbra Streisand protagonista; Dino De Laurentiis si trasferisce a New York da dove ritorna  avendo magari alle spalle una industria missilistica, come fece a suo tempo Joseph Levine con la AVCO. L’elenco potrebbe continuare.

Ora è in questo quadro che nasce la Rusconi Film, con le tipiche caratteristiche della conglomerata. E, guarda caso, è sulla Rusconi Film che punta il partito di maggioranza per la sua operazione di politica cinematografica dopo aver devitalizzato l’Ente di Gestione mettendolo in condizione di non nuocergli. Le prove si dirà. Ma, quando anche non uscissero dall’ombra i più o meno alti personaggi della RAI-TV e del gruppo fanfaniano che hanno tenuto a battesimo la nascita della Rusconi Film, basta la testimonianza del programma: vite di uomini politici e di grandi sindacalisti, progetti ambiziosi, fatti assai più sulla misura di un ente pubblico che non di un produttore privato, quale dice di essere Rusconi.

L’esempio del Luce

D’altronde la operazione Rusconi non è nuova nella storia del nostro cinema. Una iniziativa del genere la presse Andreotti — e con successo — nell’immediato dopoguerra, quando lasciò agonizzare lo Istituto Luce, per favorire l’Incom del senatore D.C. Gugliemone. Che cosa accade allora: che la Settimana Incom divenne di fatto il Giornale Luce dell’Italia democristiana.

È guardando l’operazione attuale da questa prospettiva che ci si rende conto della trappola in cui stanno cadendo Visconti e i suoi collaboratori. E il loro errore sarebbe più o meno uguale, se l’operazione passava attraverso Rizzoli o Lombardo o De Laurentiis anziché Rusconi. Difatto l’operazione tende a togliere ogni alternativa democratica agli autori cinematografici italiani. Ai quali, però, se sapranno reagire consapevolmente e unitariamente, resterà l’ultima parola. Perché senza di essi, nessun cinema — né pubblico, né privato — si può fare. Una reazione potrebbe essere quella di consorziarsi in una sorta di Autori Associati potenziando una delle poche reti di distribuzione rimaste indipendenti: la P.A.C. o la C.I.D.I.F. o la Medusa Distribuzione: non più la Euro International che, secondo le ultime notizie, si appresterebbe a diventare il canale di vendita dei prodotti della Rusconi Film. Sarebbe questa una iniziativa per combattere lo strapotere delle conglomerate italiane e nordamericane, nonché le operazioni integraliste condotte, dietro il paravento, oggi di un Rusconi, domani di chissà chi. E piacerebbe che a questa iniziativa unitaria si associasse anche un regista come Visconti i cui meriti verso il cinema italiano non hanno bisogno di essere ricordati.

Callisto Cosulich
(Paese Sera)