“Ho realizzato Le notti bianche perché sono convinto della necessità di battere una strada ben diversa da quella che il cinema italiano sta oggi percorrendo. Mi è sembrato cioè che il neorealismo italiano fosse diventato in questi ultimi tempi una formula trasformata in condanna. Con Le notti bianche ho voluto dimostrare che certi confini erano valicabili, senza per questo rinnegare niente. Il mio ultimo film è stato realizzato interamente in teatro di posa, in un quartiere ricostruito che arieggia Livorno, ma senza troppa fedeltà. Anche attraverso la scenografia, ho voluto raggiungere non una atmosfera di irrealtà, ma una realtà ricreata, mediata, rielaborata. Ho voluto, cioè, operare un netto distacco dalla realtà documentata, precisa, proponendomi una decisa rottura con il carattere abituale del cinema italiano di oggi. Io spero soprattutto di aver aperto con questo film una porta nuova, ai giovani registi italiani, che si stanno affermando”

Alle dichiarazioni di Visconti, segue una confusione in più lingue. Le domande in francese si accavallano alle traduzioni in spagnolo delle risposte del regista, i tedeschi si esprimono in inglese, gli italiani chiedono ragguagli basandosi sulle fotografie de Le notti bianche dato che nessuno ha ancora visto il film. Non resta che aspettare, e chiedere un’intervista. Confesso di non esser riuscita a parlare con Visconti. L’ho inseguito per tre giorni con una caparbietà che doveva avere del comico. Aspettandolo con decrescenti speranze durante una serie di mitici appuntamenti, ho avuto occasione di avvicinare molti suoi collaboratori, di discutere con loro. Ne ho ricevuto impressioni e giudizi cosi contradittori da far dubitare a volte che essi parlassero del medesimo film. Il termine realtà volteggiava sopra i nostri discorsi, prestandosi alle più strane acrobazie.

Infine, in mio soccorso, è giunta Suso Cecchi D’Amico, ”Fu mio padre a suggerirmi di far leggere a Visconti i racconti di Dostoevskij, e in particolare Le notti bianche. Visconti se ne entusiasmò di primo acchito, avendo trovato finalmente il clima che egli andava da tempo cercando. Fin dal primo momento, il nostro lavoro ha puntato alla realizzazione di un’opera dove nulla fosse affidato al caso, e neppure ne avesse l’apparenza, ma tutto fosse pensato e calcolato e dimostrasse un estremo rigore. Non mi sembra”, dice Suso Cecchi D’Amico, che la Livorno de Le notti bianche sia cosi livida e sinistra come certa stampa ha scritto. Essa corrisponde piuttosto al ricordo che la mattina dopo ognuno ha del paesaggio notturno di una città nella quale si è girato a lungo durante le ore piccole. Nella memoria tutto resta indeterminato e indistinto, strade, piazze, vicoli, si compenetrano gli uni negli altri, le persone non hanno più fisionomie precise, ma diventano forme, volumi, macchie di colore. Per contro, i risvegli di Mario sono resi in termini oggettivi, sia per contrasto con il clima particolare delle notti sia per sottolineare la mediocrità di Mario, il suo temperamento buono ma fondamentalmente limitato”.

In quanto all’Inquilino, il discorso si fa diverso: ”L’innamorato di Natalia assume nel film la parte di una presenza oscura e un po’ misteriosa, corrispondente all’immagine che di lui si fa Mario attraverso il racconto di Natalia: un uomo bello, distante e nemico. Secondo una mia prima idea, che a Visconti era molto piaciuta, l’Inquilino non sarebbe mai dovuto comparire sulla scena, ma restare indeterminato e inafferrabile. Naturalmente, abbandonammo questa soluzione non appena ci rendemmo conto della sua letterarietà”. Infine, parliamo dell’accoglienza del pubblico veneziano, che ha applaudito a lungo il film.

Ma la platea del Palazzo non è rimasta toccata e presa da una storia d’amore a lieto fine. ”Al contrario” — dice Suso Cecchi D’Amico. “Mi sono mescolata alla folla, ho ascoltato i suoi commenti: verso Marais il pubblico prova alla fine un odio senza limiti”.

Cecilia Mangini

Venezia, Settembre 1957