Può sembrare strano che Arthur Miller, uno scrittore che in Tutti miei figli e Morte d’un commesso viaggiatore s’era impegnato nella denuncia dei mali morali e sociali dell’America contemporanea, abbia trattato nel suo dramma più recente, Il Crogiuolo, un argomento riguardante l’America di due secoli e mezzo fa, quasi che cercasse nel passato un’evasione dal presente. Ma la cosa non apparirà più strana quando si sapia che questo dramma storico, cui ha offerto la materia una cronaca della cittadina di Salem del 1692, rievoca un’episodio d’intolleranza religiosa che gettò il terrore e causò la morte di molti innocenti in un piccolo centro del Massachussetts, e si pensi alla confusione degli animi e alle vittime che l’intolleranza politica del maccartysmo crea nell’America dei nostri giorni. L’affinità dei due fenomeni della « caccia alle streghe » e della « caccia ai comunisti », divenuta quasi identità nell’allusivo sviluppo che l’arte del drammaturgo ha dato alla rappresentazione di avvenimenti tratti dalla storia del suo paese, risulta evidente; né meno evidente risulta come in questo dramma, seppure in un modo diverso dai precedenti, Arthur Miller è scrittore presente al proprio tempo.

Il Crogiuolo non è dramma di cui possa darsi un’idea adeguata in un breve riassunto, tanto complicato vi è l’intreccio dei fatti nelle loro cause ed effetti, e tanto tenebroso il giuoco delle passioni non determinate da sentimenti normali, ma da una sorta d’incubo pauroso e da una suggestione colettiva che trasforma gli interessi materiali in interessi spirituali, e trascina gli abitanti d’un borgo rurale nella corrente d’un’ineluttabile fatalità. All’origine d’uno spietato procedimento giudiziario, condotto nel nome di Dio per la difesa delle religione cristiana contro gli assalti del Demonio, c’è la vendetta d’una ragazza dotata d’un forte potere di simulazione e di suggestione isterica la quale, scacciata dalla padrona che l’aveva sorpresa in intimo colloquio con suo marito, fa una « fattura » notturna a cui partecipano le altre ragazze del paese; e questa « fattura », diretta da Abigail contro la sua ex-padrona Elizabeth, nell’ambiente superstizioso d’una popolazione puritana dà origine a una attività d’incriminazione di rapporti col Diavolo in cui ope- rano risentimenti e cupidigie personali, e di cui sono giudici i componenti d’una Corte Governatoriale per la quale ogni indizio il più ridicolo diventa grave prova di colpevolezza, ogni discolpa appesantisce l’accusa, e solo modo di scampare la morte è confessarsi reo
indicando altre persone come complici d’un delitto non commesso. D’onde innumerevoli arresti e condanne a morte, tra cui quelle dell’onesta Elizabeth e del suo adultero marito John.

Soltanto un maestro della regìa, qual è Luchino Visconti, poteva rendere sulla scena l’oscura potenza di questo dramma, che non è tanto nei fatti e nelle parole quanto nel clima d’incubo che li avvolge, nell’improvviso capovolgimento delle situazioni per opera di forze irrazionali, nei silenzi spauriti e nelle urla di esseri che si agitano come piante squassate dalla tempesta. La messa in scena de Il Crogiuolo, per la quale Luchino Visconti ha anche disegnato scenari e costumi d’un effetto cupamente suggestivo, s’affianca degnamente alle regie delle Tre sorelle cecoviane e di Morte d’un commesso viaggiatore, le più belle che negli ultimi anni si siano viste sulle scene italiane. Nella concertazione del dramma, che sentiva la mano d’un regista capace di trarre il più possibile dagli elementi a sua disposizione, è emersa la recitazione commovente nel suo chiuso dolore di Lilla Brignone cui era affidato il personaggio di Elizabeth, il più bello nella sua umana concretezza, e quella di Carlo D’Angelo, attore come sempre di nobile stirpe e di acuto spirito interpretativo, nella figura del prete Hale. Gianni Santuccio è stato esasperatamente drammatico nella parte di John Proctor, Edda Albertini protervamente falsa nella perfidia di Abigail, e con loro hanno disegnato ben centrate figure Camillo Pilotto, Paola Borboni, Laura Betti, Vittoria Benvenuti; particolarmente brava Adriana Asti nella tormentata figuretta di Mary. Il magnifico pubblico, dopo aver applaudito con calore ogni atto, ha infine salutato con prolungate ovazioni il regista e gli interpreti che solo a spettacolo compiuto si sono presentati alla ribalta.

Arnaldo Frateili