Nel film di Visconti anche le «piste nere» – Il regista ha detto: «È bene denunciarle sullo schermo»

Roma, 22 aprile 1974

A due settimane esatte dell’inizio della lavorazione, Luchino Visconti ha convocato i cronisti sul set del film Gruppo di famiglia in un interno, agli stabilimenti Dear sulla Nomentana, per quella che rimarrà l’unica conferenza stampa di questa impegnativa produzione che si protrarrà per altre dieci settimane.

Quando gli inviati vengono ammessi nello studio dove è stato ricostruito un intero appartamento con tanto di scalone e di ascensore, all’interno di un antico palazzo romano, il regista è già seduto davanti a un tavolo, a metà dello scalone di travertino: il braccio destro appoggiato sul piano del tavolo. Il sinistro appoggiato sulla gamba, vicino al bastone del quale Visconti non si separa mai. Per tutta la durata della conferenza stampa Luchino Visconti non cambia posizione: e a conferenza finita saranno gli altri ad andarsene prima di lui, che si muoverà soltanto quando non vi saranno attorno occhi estranei e impietosi a scrutare la difficoltà dei passi, la lentezza dei movimenti, fastidioso strascico della malattia.

Attorno a Visconti, il soggettista (Enrico Medioli) e la co-sceneggiatrice del film (Suso Cecchi D’Amico), e gli interpreti: Burt Lancaster, Helmut Berger, Claudia Marsani, Stefano Patrizi. Assente Silvana Mangano, oggi non impegnata sul set. Lucidissimo come sempre, Visconti parla del film, accompagnando le parole con qualche movimento della mano destra: «È la storia di un intellettuale della mia generazione che non ha mai avuto contatti umani: quando questo contatto si stabilisce, con un gruppo di giovani, l’intellettuale, uno studioso italo-americano residente a Roma, ne rimarrà ferito per tutta la vita.

Luchino Visconti ha poi brevemente ricordato la trama della vicenda (se ne è già accennato due settimane or sono, dando notizia del primo ciak del film), ed ha messo l’accento anche sugli aspetti politici di Gruppo di famiglia in un interno: «Stefano — ha ricordato il regista —, uno dei giovani che entrano nella vita del professore, è un fascistello, fa parte di quelle piste nere che conosciamo molto bene e la cui esistenza era ora di denunziare anche attraverso un film. Si parlerà di queste piste, di una minaccia di golpe che verrà sventata».

La scoperta della pista nera darà una soluzione tragica alla vicenda: Conrad, il giovane tedesco che era riuscito a guadagnarsi la fiducia del professore e che ha denunciato il complotto fascista, morirà. Suicida, oppure ucciso dal fascistello Stefano? Questo Visconti non lo dice: e anche nel film lascerà in sospeso l’interrogativo, pur se la meccanica di questa morte porterà gli spettatori a pensare che Stefano sia il responsabile.

A proposito di Stefano, è stato chiesto a Visconti se con quel personaggio vuol indicare la possibilità di un pericolo fascista, in Italia, in un prossimo futuro. « Non nel futuro — ha risposto il regista — ma oggi: penso che già oggi esiste un pericolo fascista. Basta vedere quanto sta succedendo con il divorzio, proprio in questi giorni».